TREKKING MONDO

Trekking in Nepal: Circuito dell’Annapurna e Lago Tilicho

Trekking in Nepal: Circuito dell’Annapurna e Lago Tilicho 1024 682 Sonia Sgarella

Voce del verbo yakkare = muoversi come uno yak: un incedere lento e costante, pesante e imperterrito, perseverare in modalità slow motion, lavorare sul risparmio energetico, fare in modo che il corpo si muova per inerzia sperando che la mente tenga a bada sé stessa e che vi porti a destinazione, possibilmente senza troppa fatica.

Circuito Annapurna

Ah quanto sono sarcastici i nepalesi: nepali flat, killing up, killing down, dhal bhat power 24 hours e adesso ci sta pure che sopra i 4.000 metri non si parli più di trekking, bensì di yakking! Ma quanto hanno ragione! 🙂 Ho ancora impressa davanti agli occhi quell’immagine emblematica: noi – io, Maddalena e Mattia – seduti nella tiepida sala da pranzo di un lodge di Thorung Phedi sorseggiando un hot ginger lemon e loro – il mondo fuori dalla finestra – che si muove al rallentatore in salita verso l’High Camp.

A 4.500 metri non bisogna disperdere le energie; l’obiettivo è cercare un passo lento e cadenzato, lasciare che sia il respiro a comandare il movimento e concentrarsi sugli istanti presenti senza pensare alla meta. Ricordatevi: la vera sfida non è arrivare ma è farlo in forma come quando si è partiti! Fare yakking, non trekking! Le prestazioni di velocità, se proprio dovete, risparmiatele  piuttosto per la discesa, quando vi servirà scaricare un po’ di tensione dalle ginocchia.

Circuito dell'Annapurna e Lago Tilicho

Volete sapere dove è stata scattata questa foto? Lungo quello che da decenni (venne aperto al turismo dal 1977) viene considerato come uno dei trekking più belli del mondo: il Circuito dell’Annapurna signore e signori, un susseguirsi continuo di paesaggi mutevoli e, a mio modesto parere, in una posizione d’eccellenza tra i migliori trekking del Nepal!

Dal verde lussureggiante di un’antica foresta pluviale all’arido colore dell’Altopiano Tibetano nel deserto del Lower Mustang, passando – e questo a mio avviso non dovrebbe assolutamente mancare – per uno specchio d’acqua incontaminato tra i più alti del mondo; il tutto sempre e ovviamente incorniciato dalle vette leggendarie dell’ Annapurna II, III e IV , del Gangapurna, Tilicho, Chulu, Pisang, Dhaulagiri, Manaslu; insomma, dalle vette più alte del pianeta!

Circuito dell'Annapurna

Dhaulagiri @ 8.167 m.

E’ vero, negli anni – avrete sentito dire – ne hanno deturpato in parte la bellezza costruendoci la strada lungo parti del tracciato dove prima si poteva solo camminare ma il cuore del percorso è ancora intatto ed è proprio lì che ci si dovrebbe recare: da Chame a Jomson, passando per il Thorung La e per il Lago Tilicho!

Circuito Annapurna

Mettetelo in conto: gli spostamenti in autobus fino a Besisahar, in jeep fino a Chame e in jeep o in autobus da Jomson a Pokhara non sono cosa da poco – se non abituati o predisposti potrebbero mettere a dura prova la vostra resistenza psico-fisica – ma, una volta incominciato il cammino credetemi, sarete pronti ad ammettere di essere disposti a farlo di nuovo. Da Jomson comunque – volendo e tempo permettendo – è possibile fare rientro a Pokhara in aereo con un volo diretto di 20 minuti, forse una valida alternativa ad 8 ore di calvario su strada sterrata.

Con qualunque mezzo decidiate di spostarvi comunque fate in modo di percorrere l’itinerario da est a ovest, in senso anti orario e  questo perché l’ascesa al Thorung La (5.414 metri) vi risulti più gestibile dato il minor dislivello.


Il mio itinerario

1. Da Chame  ad Upper Pisang – 16 km – 765 D+ – 175 D-

È così, il primo giorno di cammino di solito è quello che offre meno attrattive in termini paesaggistici: le montagne più alte sono ancora troppo lontane per essere ammirate in tutta la loro imponenza – anche se l’emozione nello scorgerle è tanta – e la strada carrozzabile ancora troppo vicina per darvi l’idea di essere immersi in un ambiente naturale incontaminato; il primo giorno, inoltre, è quello di ricerca dell’assestamento fisico: ci si deve abituare alla presenza costante di uno zaino sulle spalle,  leggero o pesante che sia, alle scarpe, che forse non mettevate da un po’ o che – grandissimo errore – non avete neanche mai messo.

Circuito Annapurna

Vi trovate catapultati in un ambiente nuovo, entusiasti ma anche inconsciamente preoccupati, con varie domande che vi frullano nella testa tra le quali “chissà se ce la farò?”.  Andate tranquilli, è normale che sia così: godetevi anche questi momenti e provate poi a ripensarci alla fine del viaggio…vi verrà da sorridere!

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Questa prima giornata, in termini di difficoltà non è certo una delle più impegnative, ma proprio perché siete freschi e forse digiuni di camminate da qualche tempo, si farà comunque sentire. Mettiamola così comunque: partire da Chame (2.670 m.) vuol dire risparmiarsi la parte più calda del percorso e quindi faticare sì, ma non più di tanto..

Dopo circa 1h30 di cammino da Chame, in parte su strada sterrata e in parte su sentiero, raggiungerete l’apple farm di Bhratang. Un’apple farm in Nepal?? Ebbene sì, piantagioni di mele come in Trentino!!! Era infatti il marzo del 2015 quando un intraprendente proprietario terriero acquistò dall’Italia 60.000 alberi da mela e decise di piantarli proprio lì, nel luogo dove oggi sorge la più grande produzione di mele di tutto il Nepal.

Continuando un’altra ora si arriva a Dhukar Pokhari, un piccolo agglomerato di tea houses coloratissime perfetto per fermarsi a mangiare. Da qui potreste decidere di continuare lungo la strada carrabile verso Lower Pisang ma certo non si tratta della miglior decisione; l’opzione migliore è invece quella di proseguire lungo il sentiero verso Upper Pisang e da lì, incominciare a godere dei panorami incredibili che vi si apriranno di fronte agli occhi.

Circuito dell'Annapurna

..la vedete anche voi una faccia nella montagna???

Circuito dell'Annapurna

Ad Upper Pisang (3.350 m.) stanno aprendo numerose nuove tea houses – io sono stata per esempio nel nuovissimo Hotel Mountain Bridge – per cui non fate caso alle guide datate che ne menzionano soltanto quattro. A sovrastare il villaggio, il monastero buddhista merita sicuramente una visita; mettetelo in programma prima che diventi buio.

2. Da Upper Pisang a Manang – 18 km – 840 D+ – 615 D-

Ebbene qui la storia comincia a farsi un po’ più impegnativa sia in termini di distanza che in termini di dislivello ma tranquilli, il giorno dopo avrete modo di riposare a Manang! Il percorso ufficiale e decisamente più panoramico è quello che da Upper Pisang prosegue in salita verso Ghyaru (2h. 320 D+), un paesello interessante incorniciato dai terrazzamenti per la coltivazione prevalente di orzo e grano saraceno.

Tante delle antiche abitazioni sono state abbandonate dalla popolazione (che negli anni si è trasferita a Pokhara o a Kathmandu) ma vi capiterà sicuramente di incontrare ancora qualche donnina che da qui ha deciso invece di non andarsene – e che continua quindi ancora a lavorare nei campi, con gli abiti tradizionali e la pelle bruciata dal sole.

Da Ghyaru ci si allontana ancora in salita fino a raggiungere i 3.750 m. di un piccolo passo che vi regalerà immagini memorabili dei suoi dintorni, per poi cominciare a discendere verso Ngawal (1h15, 3.680 m.), un buon punto di ristoro per fermarsi a rifocillare lo stomaco. Lungo tutto il percorso le viste sull’Annapurna II, IV e III e sulla valle del fiume Marsyangdi continuano ad essere semplicemente sublimi!

Annapurna II @ 7.937 m.

Ora, da Ngawal a Manang avete di nuovo due possibili opzioni: una alta più lunga (4h) e una bassa più breve (2h30); noi abbiamo optato per quella più breve, ovvero per un tratto di strada sterrata (da dove non passa praticamente nessun veicolo) che prosegue in discesa fino a Munji e quindi da lì, un po’ su sentiero e un po’ su strada, fino a Manang (via Braka).

Braka @ 3.470 m. e Ngawal @ 3.680 m. 

Braka (3.470 m.) – trovandosi circa alla stessa altezza di Manang – potreste considerarla come un’altra opzione di sosta per la prima notte di acclimatamento – e proseguire poi a Manang soltanto per la seconda. Da Braka è per esempio immediato accedere al sentiero che conduce all’Ice Lake (4.600 m. – 4/6 ore a/r), una tra le escursioni possibili da compiere in mezza giornata durante la mattinata successiva. L’alternativa – così come abbiamo fatto noi – è invece appunto quella di continuare direttamente a Manang e lì fermarsi due notti.

3. Acclimatamento a Manang (3.519 m.)

Manang è il villaggio più grande dell’omonimo distretto e conta certamente un numero sufficiente di tea houses da poter garantire alloggio a tutti i viaggiatori anche in periodi di alta stagione.

Costruita sul bordo di una panoramica parete sedimentaria che si sgretola verso valle laddove il fiume Marsyangdi ne ha scavato il suo ampio letto, Manang costituisce per la maggior parte dei trekkers diretti verso il Thorung La, una tappa fondamentale di acclimatamento alla quota e offre quindi al turista qualche occasione in più di svago e ristoro, tra cui un paio di caffetterie, alcuni negozi e un locale che propone la visione di film a varie ore del giorno.

Circuito dell'Annapurna

In quanto a passeggiate nei dintorni consigliate sempre per aiutare il corpo ad acclimatarsi – la regola vuole che sia meglio dormire più in basso rispetto al punto più alto raggiunto in giornata – la più gettonata è sicuramente quella al laghetto del Gangapurna (che svetta con i suoi 7.455 m. dall’altro lato della valle) e al punto panoramico situato circa 200 m. più in alto. Lassù troverete anche una piccola tea house che oltre a bevande calde di vario tipo vende anche qualche souvenir a prezzi ancor più convenienti che non in paese (dove comunque si riescono ad ottenere dei buoni affari).

Un’altra possibilità un po’ più impegnativa – io non ci sono stata ma dovrebbero essere circa 2h – potrebbe invece essere quella di raggiungere il Praken Gompa (3.945 m.), appollaiato come un nido d’aquila sul ripido versante della montagna che sovrasta Manang e dove per anni ha vissuto il vecchio monaco Deshi Lama dando benedizioni a tutti i visitatori. Attualmente sembrerebbe che sia la figlia ad accogliere gli avventurieri ma comunque, benedizione a prescindere, il luogo costituisce un ottimo punto panoramico su tutta la valle.

4. Da Manang al Tilicho Base Camp – 15,5 km – 1.000 D+ – 420 D-

A questo punto dovrete scegliere: continuare dritti verso il Thorung La – rimanendo dunque fedeli al percorso principale del Circuito – o prendere la deviazione verso il Lago Tilicho, aggiungendo quindi due giorni  di cammino al vostro programma. Non c’è ombra di dubbio: la seconda opzione è quella da scegliere come una delle migliori escursioni da fare nella zona!

Circuito Annapurna

Shiva Bom Bolenath!

Tilicho Lake, il lago più alto del mondo (4.919 m.) – o almeno questo è quel che si dice – è un’incantevole distesa di acqua turchese immersa in un ambiente grandioso e incontaminato sovrastato dall’imponente parete del Tilicho Peak (7.134 m.): un luogo estremamente suggestivo che vale tutta la pena (e la fatica) di essere visitato.

Circuito Annapurna

Da Manang il percorso prosegue prima su strada sterrata e poi su sentiero verso Khangsar (3.745 m. – 1h45) e almeno all’inizio, in uscita da Manang, corrisponde con quello che si estende verso il Thorung La. Seguite le indicazioni in prossimità del bivio. Khangsar, l’ultimo villaggio raggiungibile su strada, volendo potrebbe anche costituire una seconda opzione di appoggio per le vostre giornate di acclimatamento, trovandosi soltanto 200 metri più in alto rispetto a Manang ed essendo comunque da lì sempre possibile raggiungere sia il Lago Tilicho che Yak Kharka; da Khangsar parte infatti un sentiero in salita che si ricongiunge con quello alto Sri Kharka – Yak Kharka, il quale viene percorso di ritorno dal Tilicho in direzione del Thorung La.

Circuito Annapurna

Campi di grano saraceno in uscita da Manang

Esattamente all’altezza di Khangsar (3.734 m.) e che si estende fino al Tilicho, incomincerete ad essere accompagnati dalle viste spettacolari delle imponenti pareti verticali della cosiddetta Grande Barriera, un gigante ed esteso muro di pietra e ghiaccio che venne così denominato da Maurice Herzog nel suo tentativo di trovare una  via d’accesso alla vetta dell’Annapurna I. Le vicende di questo grande alpinista francese che per primo, insieme al team della sua spedizione, nel 1950 riuscì a conquistare la sommità di uno degli ottomila sono raccontate all’interno del libro “Annapurna”, scritto da lui personalmente.

Da Khangsar a Sri Kharka, passando per il monastero di Tare Gompa, sono circa 350 metri di dislivello che dovreste riuscire a percorrere in circa 1h. A Sri Kharka vi dovrete fermare per pranzo, non essendovi poi altre possibilità fino al Tilicho Base Camp, il quale dista da lì altre 2h15 circa di cammino.

Il percorso che va da Sri Kharka al Tilicho Base Camp ha davvero dell’incredibile: quasi vi sembrerà di essere sbarcati su un altro pianeta. Stiamo entrando nella fascia trans himalayana, il terreno si fa totalmente arido dando vita a formazioni rocciose dall’aspetto lunare e vi troverete a questo punto ad attraversare versanti ripidi e ghiaiosi.

Circuito Annapurna

Sarà dunque molto importante in questa fase fare attenzione non solo a non scivolare ma anche ad eventuali cadute di sassi dall’altro. Tenete gli occhi bene aperti, mantenetevi a debita distanza da chi vi precede (si suole consigliare almeno una decina di metri) ed evitate di sostare nei punti più esposti. Per il resto ovviamente godetevi lo spettacolo!

Il Tilicho Base Camp, che sorge ad un’altezza di circa 4.000 metri, si trova ben nascosto dietro al versante di una collina, per cui riuscirete a scorgerlo solo quando praticamente ormai arrivati. Data la popolarità che sta acquisendo la zona, al momento della mia visita erano in corso i lavori per la costruzione di un nuovo lodge, ultimato il quale ve ne saranno dunque quattro.

Circuito Annapurna

Tilicho Base Camp @ 4.150 m.

5. Da Tilicho Base Camp al Tilicho Lake e Sri Kharka – 18,7 km – 1.185 D+ – 1.250 D-

Vi ho già spiegato quanto valga la pena raggiungere il Lago Tilicho vero? Ebbene questo concetto tenetelo saldo nella mente sopratutto quando, ad un certo punto dei 900 metri di dislivello che vi separano dalla meta, vi sembrerà di stare morendo! 🙂 Scherzo ovviamente, non morirete di certo ma è vero anche che, come prima impresa sopra i 4.000 metri, quella del Lago Tilicho non è certo una scampagnata.

Circuito Annapurna

Ricordatevi, yakking is the way: passo lento e calibrato col respiro, non cercate di strafare; il Lago Tilicho non si sposta, è lassù che vi aspetta a qualunque ora arriviate. Certo l’ideale sarebbe in mattinata – verso le 11 è infatti solito alzarsi il vento – e con un margine di tempo sufficiente per tornare a Sri Kharka ad un orario accettabile, prima che faccia buio. Tanto per darvi un’idea, noi siamo partiti alle 6 dal Tilicho Base Camp (la cucina apre prestissimo e volendo potreste anche fare una colazione leggera), abbiamo raggiunto il lago (4.990 m.) dopo circa 2h45, impiegato 1h45 per rientrare al Campo Base e, fatta colazione, altre 2h da lì a Sri Kharka.

Circuito Annapurna

Landslide Prone Area – sentiero di rientro a Sri Kharka

Ovviamente per la prima parte di questa tappa potrete lasciare tutto il peso superfluo nel lodge del Tilicho Base Camp e portare quindi con  voi solo uno zainetto con al suo interno lo stretto necessario: acqua, snack vari, quanto di abbigliamento più caldo abbiate a disposizione e una torcia frontale (con la quale partirete). In caso di neve abbondante sarà necessario prevedere inoltre l’utilizzo di ghette e ramponcini per cui assicuratevi di averli con voi.

6. Da Sri Kharka a Yak Kharka – 9,8 km – 500 D+ – 515 D-

Per raggiungere Yak Kharka da Sri Kharka potrete mantenervi direttamente sul sentiero alto che passa per le rovine di Upper Khangsar e del suo antico monastero abbandonato e quindi evitare in questo modo di dover fare ritorno a Khangsar o addirittura a Manang. Il tragitto anche oggi è di nuovo meraviglioso e il piacere di mantenersi per lunghi traversi quasi sempre alla stessa altezza vi farà godere ancor di più l’esperienza.

Circuito Annapurna

Rovine del monastero di Old Upper Khangsar

Girando intorno alla collina che separa la valle del Marsyangdi da quella del Thorung Khola, la prospettiva incomincia a cambiare, aprendosi ora verso le suggestive vette dei monti Chulu (Chulu West, Chulu Central, Chulu East e Chulu Far East), tutte sopra i 6.000 metri di altezza e possibili mete di scalate alpinistiche.

Qui il sentiero scende ripido per circa 200 metri fino al letto del fiume e quindi, superato il ponte sospeso e la tea house che si trova dall’altro (un buon punto per pranzare), risale il versante della collina per riportarvi di nuovo alla stessa altezza di prima. Il totale di cammino effettivo per questa giornata sarà di circa 3h30. Arrivati a Yak Kharka non perdetevi la torta al cioccolato dell’Hotel Gangapurna!

Circuito Annapurna

Valle del Thorung Khola

7. Da Yak Kharka a Thorung Phedi – 7 km – 570 D+ – 80 D-

Una giornata breve ma emotivamente intensa che vi porterà alla base del Thorung Peak (6.144 m.) e a solo una notte di distanza – la notte prima degli esami! – dal famigerato Thorung La (5.416 m.), il – dicesi – Passo più alto del mondo! Ebbene circa questa tappa c’è poco da dire, sono solo 2h di cammino per 570 m. di dislivello positivo e, se siete già passati dal Lago Tilicho, l’altezza per voi non dovrebbe costituire di certo un problema.

Circuito Annapurna

Ponte sospeso sul Thorung Khola

Il paesaggio ovviamente continua a regalare degli scorci pazzeschi e il sentiero anche questa volta vi porterà ad attraversare, oltre ad un lungo ponte sospeso sul Thorung Khola, ripidi versanti ghiaiosi a rischio caduta sassi. Tra Manang e Thorung Phedi, a circa 40 minuti di cammino dalla prima, attraverserete poi anche l’insediamento di Churi Ledar (4.200 m.).

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Ponte sospeso di Churi Ledar

Arrivati a Thorung Phedi (4.450 m.) avrete così praticamente tutta la giornata a disposizione e non vi resterà quindi che trovare i mille modi per occupare il tempo, tra cui chiacchierare con altri viaggiatori, leggere, scrivere il diario, giocare a carte, bere, mangiare; l’unica cosa che vi sconsiglio è quella di dormire, onde evitare di rimanere ad occhi aperti tutta la notte e arrivare ad attraversare il passo con le batterie completamente a terra.

Circuito Annapurna

Nel 1981, quando ancora tra Manang e Muktinath non esisteva alcun punto d’appoggio, un intraprendente pioniere del turismo locale pensò che aprire a Thorung Phedi una prima tea house potesse essere un buon modo per cominciare a fare affari. Così fu: dal 1981 il Thorung Base Camp Lodge accoglie i visitatori che si apprestano ad attraversare il passo e oggi, nella sua grande sala da pranzo, potrete sorseggiare una bevanda calda degustando degli ottimi cinnamon rolls, una prospettiva decisamente allettante quando fuori le temperature si avvicinano sempre di più allo zero!

8. Da Thorung Phedi a Muktinath – 13 km – 880 D+ – 1.600 D-

Ed eccolo finalmente, il grande giorno è ormai arrivato e vi toccherà svegliarvi prima dell’alba – che non vuol dire necessariamente alle 2 di notte, anzi, a mia opinione partire alle 5 è già più che sufficiente. Sveglia dunque alle 4, colazione veloce (la cucina apre alle 3) e poi via che si va: la salita iniziale fino all’High Camp (4.870 m.) sarà già di per sé una bella prova di resistenza ma dovreste riuscire a coprirla in massimo 1h30 (noi ne abbiamo impiegata 1h).

Circuito Annapurna

Prime luci del mattino all’High Camp

L’idea di passare la notte prima della traversata all’High Camp e risparmiarvi quindi al mattino, oltre alla levataccia, anche 400 m. in più di dislivello positivo lo so, potrebbe essere allettante ma il rischio di incappare nei sintomi del Mal di Montagna purtroppo molto più alto e non vorreste mai che questo compromettesse o ritardasse la vostra impresa; solo per chi è perfettamente acclimatato alla quota – la deviazione al Lago Tilicho in teoria dovrebbe già essere sufficiente – e solo se la notte precedente avete dormito a Churi Ledar, questa potrebbe essere una soluzione; se avete invece dormito a Yak Kharka la differenza d’altezza è troppo grande (circa 900 m.) e dovreste quindi assolutamente evitare di dormire all’High Camp.

Circuito Annapurna

Sole che illumina il Thorung Peak – verso il Tgorung La

Da qui il sentiero continua per altri 20 minuti in leggera salita fino ad attraversare un ponte di ferro e quindi in salita un po’ più decisa fino ad una piccola tea house. In totale da Thorung  Phedi fino al Thorung La io ci ho messo 3h20 e tante volte ho pensato di essere quasi arrivata quando invece si trattava di falsi passi. Ma non vi preoccupate, alla fine arriva anche quello giusto, con tanto di cartello di congratulazioni e la classica serie infinita di bandierine colorate che svolazzano al vento. Ce l’avete fatta!!!

Circuito Annapurna

Vento e temperatura permettendo prendetevi qui quella bella mezz’ora per scattare le foto di rito e godervi il momento e poi di nuovo pronti in modalità discesa: da qui si va giù in picchiata per 1.600 metri! Guardatelo il Lower Mustang che smeraviglia: il paesaggio è cambiato totalmente e nonostante siate accanto a dei ghiacciai imponenti (alla vostra sinistra quello del Thorung Peak), riuscite a scorgere in fondo alla valle l’oasi di Muktibath. Il terreno è arido , un perfetto deserto d’alta quota che mi ricorda tanto il Ladakh e dall’altra parte sullo sfondo, eccolo che comincia ad apparire e a mostrarsi in tutta la sua eleganza: Sua Maestà il Dhaulagiri!

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Circuito Annapurna

Il Dhaulagiri che incomincia a farsi vedere

2h30 di killing down, alla fine delle quali piedi e ginocchia vi chiederanno pietà di loro ma ecco che siete arrivati circa a quota 4.200 m. e alle cinque tea houses dove finalmente vi potrete sedere a mangiare. E’ stata indubbiamente una grande impresa quella che avete appena compiuto e vi meritate adesso un po’ di sano riposo. Da qui vi aspetta ancora un’altra ora per l’area templare di Muktinath (3.760 m.) e quindi altri 15 minuti per la zona dei lodge a Ranipauwa (3.700 m.). In totale nella sola giornata di oggi avrete camminato per circa 7 ore escluse le pause.

Circuito Annapurna

Muktinath è luogo di pellegrinaggio probabilmente da secoli (c’è chi dice millenni) e questo sia per i devoti di fede induista che per quelli di fede buddhista. In generale si crede che a Muktinah, per via di una fessura nel terreno da cui allo stesso tempo sgorga dell’acqua ed emana un’eterna fiammella blu, i cinque elementi della natura (acqua, aria, terra, fuoco e cielo) siano uniti in maniera inscindibile e che quindi questo sia un segno ben chiaro della presenza divina. Non solo, il ritrovamento nei fiumi della zona di tantissime pietre fossili di colore nero (dette saligram) – secondo la tradizione rappresentazioni aniconiche del divino – sarebbe, secondo la fede induista, una chiara testimonianza della presenza, nello specifico, del Dio Visnu e quindi ragione per cui Muktinath fa parte dell’elenco di quei 108 luoghi sacri (Divya Desam) a lui devoti.

Circuito Annapurna

Monastero buddhista e sullo sfondo il Dhaulagiri

A Muktinath arrivano pellegrini da tutta l’India principalmente per fare visita al Tempio di Visnu Lokhesvara ed immergersi nelle acque delle due piscine che si trovano lì accanto in un gesto di purificazione. Come in tutti i complessi templari di fede induista, seppur per noi sia ben difficile riuscire ad intendere i loro atti di devozione, l’esperienza è comunque pur sempre garantita ed è quindi interessante passare di lì per vedere che cosa succede. Per scorgere la fiammella dovrete invece recarvi al Dhola Mebar Temple, un tempio dall’architettura tipicamente buddhista che troverete di lì a pochi minuti.

Circuito Annapurna

Ranipauwa (3.700 m.), piccola e polverosa non è niente di che e purtroppo vi riporterà nel modo dei veicoli a motore di cui vi eravate dimenticati per qualche giorno. Ma a proposito: avete mai visto un indiano andare a cavallo con il casco da moto in testa? Ebbene si, a Muktinath succede anche questo!

Circuito Annapurna

9. Da Muktinath a Jomson via Lupra – 18,8 km – 870 D+ – 1750 D-

Ultima giornata di cammino che, nonostante le aspettative, almeno nella prima parte da Ranipauwa a Lubra, ci ha davvero lasciato piacevolmente stupiti, tanto che io personalmente  la definirei come una tra le più affascinanti. 3 ore di cammino che vi regaleranno delle viste superbe, la maggior parte delle quali con il Dhaulagiri (8.167 m.) sullo sfondo e la sensazione di essere veramente arrivati ai confini del mondo.

Circuito Annapurna

Purtroppo però, dopo una gradevole pausa ristoratrice nel villaggio agricolo di Lubra, il ritorno alla strada e al traffico di veicoli che fanno da spola tra Muktinath e Jomson vi lasceranno un po’ con l’amaro in bocca e…con tanta sabbia in faccia! Oh si ragazzi, tirate fuori tutti gli scalda collo che avete a disposizione perché da qui non potrete più farne a meno; nel pomeriggio infatti di solito nella valle del Kali Gandaki si alza un vento talmente forte che, unito alla polvere smossa da macchine e moto, non vi permetterà di respirare senza, un ottimo modo – penserete voi – per finire in bellezza!

Circuito Annapurna

Lubra @ 3.020 m.

Circuito Annapurna

Ma no tranquilli, non è finita qui, il peggio deve ancora arrivare e prende il nome di Jomson, un gran bel posto di merda! 🙂 Chissà perché avevo un’idea completamente diversa di quello che potesse essere, bo, forse me la aspettavo più simile a Leh, in Ladakh, un villaggio tranquillo e ordinato, il luogo perfetto dove terminare un trekking impegnativo di tanti giorni e invece no, avevo indubbiamente delle aspettative sbagliate. Sarà forse per la posizione sfigata sotto vento ma Jomson non è altro che un avamposto polveroso dove è sicuro che non ci vogliate passare più di una notte per cui assicuratevi di avere organizzato il modo per andarvene subito la mattina successiva (in aereo, jeep o bus)!

Pokhara è un luogo decisamente migliore dove tornare a ripensare a quello che è appena stato e alle tante meraviglie della natura che avete visto lungo tutto il percorso. Capite adesso perché il Circuito dell’Annapurna è diventato così popolare? Perché le viste lungo tutto il percorso sono semplicemente imbattibili!!! Ancora una volta il Nepal è stato capace di regalarmi un’esperienza unica e indimenticabile e per questo lo ringrazio infinitamente! Dhanyavaad Nepal, arrivederci alla prossima!

Circuito dell'Annapurna

Trekking al Campo Base Everest: tutto quello che c’è da sapere

Trekking al Campo Base Everest: tutto quello che c’è da sapere 2000 1333 Sonia Sgarella

“Qualunque cosa tu possa o sogni di fare, incominciala ora! L’audacia reca in sé genio, potere e magia” (Goethe) 

Viaggiatori, sognatori, amanti del trekking e delle imprese audaci, sentite un po’ quel che ho da dirvi: il trekking al Campo Base dell’Everest, se fatto nel modo giusto (e in questo articolo vi spiego come), non è poi così difficile! Intendiamoci, non che si tratti di una scampagnata ovviamente, ma rispetto ad altri trekking – con molti più saliscendi, dislivelli da coprire in giornata, ore di cammino, killing-up e killing-down – quello nella Valle del Khumbu non è poi tra i più massacranti. Il fattore altezza – quello che vi farà sentire maggiormente la fatica, a tratti mancare il fiato e che potrebbe ahimè anche riservarvi spiacevoli sorprese – non è da sottovalutare ma se ben gestito, non dovrebbe compromettere la vostra impresa. Sono sicura che siate in tanti a poterne uscire vittoriosi, da una di quelle vittorie che vi ricorderete per tutta la vita!

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Foto scattata dal Kala Patthar (5.545 m.). Dietro di me l’Everest.

Chomolungma o Sagarmatha, la “Madre Dea della Terra”. Chiamarla semplicemente Everest – che tra l’altro andrebbe pronunciato qualcosa come “Ivrest“), ovvero con il nome di un geografo e cartografo britannico che detta montagna sembrerebbe non averla neanche mai vista – trovo che sia oltremodo riduttivo – senza offesa al Sig. Everest ovviamente! Sarebbe forse invece più cortese designarla sin dall’inizio con i nomi – certo più reverenziali – dategli da quelle popolazioni (rispettivamente tibetana e nepalese) che sotto la sua ombra ci hanno vissuto per secoli, glorificandola come la sede inscindibile della sua Dea protettrice – Miyolangsangma, una demonessa convertita al buddhismo da Guru Rimpoche – e come una presenza da rispettare con devozione, a tratti con timore reverenziale.

Everest Base Camp Trek - Kala PattharVista dal Kala Patthar

Sappiate comunque che, seppur sarà lei a darvi il motivo e la forza per mettervi in cammino, l’Everest non è certo l’unica tra le bellezze che incontrerete lungo il percorso; di montagne dalla forma perfetta e maestosa ne vedrete tante altre ed è questo che in fondo renderà il vostro trekking così speciale! L’Ama Dablam (6.814 m., considerata una delle montagne più belle del mondo nonché il cosiddetto “Cervino dell’Himalaya”), il Pumori (7.161 m.), il Lhotse (8.516 m.) e il Nuptse (7.864 m.) ma anche il Tabuche (6.495 m.), il Cholatse (6.335 m.), il Thamserku (6.618 m.) , il Kangtega (6.783 m.) e il Cho Oyu (8.201 m.); insomma, siete arrivati nel paese delle meraviglie!

Everest Base Camp TrekIl Pumori (7.161 m.)

Lo so, avrete di certo sentito dire che si tratta di uno dei due trekking più trafficati del Nepal (l’altro il Campo Base dell’Annapurna), e forse questo – l’idea di incontrare fiumane di gente – vi sta creando qualche dubbio sul se sceglierlo o no per la vostra avventura. E’ vero, soprattutto nei mesi di aprile/maggio e di ottobre/novembre la quantità di gente aumenta di molto rispetto ad altri periodi dell’anno – quelli in fondo sono i migliori per mettersi in cammino – ma non lasciate che sia questo a farvi rinunciare: con qualche piccolo accorgimento saranno ancora tanti i momenti in cui vi troverete a camminare da soli nel silenzio della natura.

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Ecco dunque la mia guida senza pretese che per comodità di lettura ho diviso in 5 sezioni:

1. Quale percorso scegliere – Everest Base Camp, Gokyo Trek o Three Passes

2. Everest Base Camp Trek: Il mio Itinerario in 13 giorni

3. In volo verso Lukla – tutto quello che le compagnie non vi dicono

4. La tosse del Khumbu

5. Cosa portare nello zaino


1. Quale percorso scegliere – Everest Base Camp, Gokyo Trek o Three Passes

Beh, se siete arrivati a questo articolo suppongo che abbiate già le idee abbastanza chiare sul fatto di voler arrivare il più vicino possibile a Sua Maestà la montagna più alta del mondo. Ebbene, se è questo che vi interessa allora non aspettate altro: puntate prima dritto alla meta e, solo successivamente, se il fisico e il tempo (sia quello meteorologico che quello che avete a disposizione) ve lo permetteranno, allontanatevi dal percorso principale dell’Everest Base Camp Trek verso quelli  meno noti detti del Gokyo e dei Tre Passi. L’itinerario così impostato, che rispetti dunque il senso anti orario a mio parere è l’ideale per tre motivi principali:

  • vi garantirà un migliore acclimatamento – importante a prescindere ma soprattutto se la vostra intenzione è quella di completare il circuito più lungo ed impegnativo, ovvero quello dei Tre Passi (il Kongma-La, il Cho-La e il Renjo-La);
  • vi darà la possibilità di rinunciare in qualunque momento qualora non ve la sentiate di proseguire e di fare quindi ritorno a Lukla avendo comunque raggiunto (almeno si spera!) il vostro obiettivo principale;
  • durante le giornate di riposo per acclimatamento vi offrirà infinite possibilità di escursioni secondarie che aiuteranno il vostro corpo a mantenersi in allenamento e lo prepareranno per le giornate più impegnative. 

Ricordatevi: optare per un andamento che rispetti le fasi di acclimatamento – non mi stancherò mai di dirlo – è oltremodo vitale, anche quando si crede di non averne bisogno e questo per evitare di incappare in quei problemi legati al “mal di montagna” che, come è noto, a queste altezze sono all’ordine del giorno. Lo so, a qualcuno queste parole potrebbero sembrar scontate ma credetemi, si tratta di passaggi sostanziali che purtroppo più volte ho visto ingenuamente trascurare. Guardate una cartina prima di partire: un dislivello obbligato di 1.000 metri in salita, quasi all’inizio del trekking e a quelle altezze, è chiaro che potrebbe facilmente compromettere la vostra salute (mi riferisco al percorso da Lungdhen al Renjo La, valido per i Tre Passi se fatti in senso orario), per cui sarebbe consigliabile evitarlo; facendolo in senso contrario per lo meno i 1.000 metri li coprireste in discesa e con le gambe ormai allenate!

Ma facciamo ritorno a quello che vuole essere il punto focale di questo articolo: l’Everest Base Camp Trek,che tra tutti è il più breve e il meno impegnativo. La verità è che sarebbe più sensato chiamarlo il Kala Patthar Trek, dal nome del suo punto panoramico per eccellenza, ovvero di quella collina scura (Kala Patthar= “pietra nera”) sita al lato dell’accampamento di Gorak Shep da cui godrete delle viste migliori sull’intera valle e sulle montagne circostanti. Dal Campo Base vero e proprio, sappiate che l’Everest non è visibile e, a meno che non vi troviate da quelle parti durante i mesi di spedizioni alla vetta (aprile/maggio) – quando può essere sicuramente interessante dare un’occhiata a cosa combinano gli alpinisti in fase di preparazione – non sarebbe poi così grave se anche voi riteneste inutile andarci.

Bando comunque ai programmi preimpostati che di solito prevedono di raggiungere il Campo Base (5.364 m.) in giornata da Lobuche (4.910 m.) con una levataccia prima dell’alba e, la mattina dopo, il Kala Patthar (5.545 m.) sempre partendo nel buio della notte. Se al vostro arrivo a Gorak Shep (che fu il Campo Base originario stabilito nel 1953) trovaste cielo limpido, io fossi in voi punterei dritto alla meta che vi garantisca la vista sull’Everest (quando oltretutto c’è meno gente) e mi risparmierei  quindi la salita al freddo e al gelo del giorno dopo (a metà novembre le temperature al mattino erano di -10 gradi); le foto al tramonto inoltre  – tenetene conto qualora vi voleste intrattenere fino a quell’ora – sono meglio di quelle all’alba in quanto il sole, sorgendo esattamente dietro all’Everest, non vi permetterebbe di scattare immagini prive di riflessi. Non solo: lasciare la salita del Kala Patthar all’alba del giorno dopo inoltre vorrebbe dire dargli soltanto una possibilità. E se fosse nuvoloso?? E’ vero che al mattino le probabilità di cielo limpido sono maggiori rispetto al pomeriggio ma che ne sapete; mai come in questo caso, dopo tutta la fatica per arrivarci, io metterei in atto un semplice ma efficace concetto: CARPE DIEM!

Per quanto riguarda il numero di giorni necessari per portare a termine il Trekking al Campo Base dell’Everest da KTM a KTM mettetene in conto 13/14, per estendere al Gokyo Trek 17/18, mentre per i Tre Passi almeno una ventina. A questi ovviamente andranno aggiunti dei giorni cuscinetto che servano per ovviare ai problemi di voli cancellati (2/3), oppure 5/7 giorni se la vostra intenzione è quella di andare o tornare a piedi da Shivalaya/Jiri, raggiungibili con una luuuunga corsa in autobus da Kathmandu (10/12 ore).


2. Everest Base Camp Trek: Il mio Itinerario in 13 giorni

Qualunque percorso decidiate di scegliere comunque questo è sicuro: in fase di ascesa lungo l’Everest Base Camp Trek, da Lukla a Gorak Shep, NON METTETECI MENO DI 8 GIORNI! Qui di seguito vi parlerò del mio itinerario, passandovi alcuni consigli sul dove dormire, aggiornamenti sui prezzi (a novembre 2018) e qualche altro suggerimento dove possibile:

1°giorno: Lukla (2.840 m.) – Phakding (2.610 m.)

– 11 km – 2h30 circa di cammino prevalentemente in discesa – pernottamento presso la Khumbu Traveller’s Guest House che propone noodles e salsa di pomodoro fatti in casa.

A Lukla vi dovrete fermare a pagare una tassa di 2.000 rupie destinata alle casse della Khumbu Pasang Lamu Rural Municipality, una comunità rurale composta da sette villaggi nel distretto del Solukhumbu. Tale tassa dal 1 ottobre 2017 sostituisce la TIMS  che non è più quindi necessario ottenere per recarsi nella regione dell’Everest a meno che non si decida di raggiungere Lukla a piedi da Shivalaya/Jiri ( in tal caso vi servirà anche il Gaurishankar Conservation Area Project (GCAP) Entry Permit, ottenibile al Tourism Board di Kathmandu). Il nome Pasang Lamu Sherpa fu quello della prima donna nepalese a raggiungere la vetta dell’Everest nel 1993, luogo in cui purtroppo, in fase di discesa, ci lasciò la vita all’età di soli 32 anni.

2°giorno: Phakding (2.610 m.) – Namche Bazaar (3.440 m.)

– 15 km – 5h30 circa di cammino (3h + 2h30) in stile nepali flat fino a Jorsalle (2.740 m.) e in salita abbastanza ripida fino a Namche – sosta pranzo a Jorsalle presso il River View Terrace Restaurant – pernottamento presso la Zamling Guest House.

A circa due ore di cammino da Phakding, seguendo la valle del fiume Dudh Kosi, raggiungerete il villaggio di Monjo (2.835 m.) che potrebbe costituire una base alternativa dove pernottare qualora il primo giorno ve la sentiste di proseguire un po’ più in su (l’altezza è più o meno quella di Lukla). Qui incontrerete un altro check-post dove è richiesta questa volta la tassa d’ingresso al Sagarmatha National Park.

Arrivati a Namche Bazaar avrete quindi raggiunto l’insediamento più grande del Khumbu, il cuore del territorio sherpa, il luogo in cui gli antenati di questa cultura si stabilirono arrivando dal Tibet oltre 450 anni fa. Illustre personaggio della comunità del passato fu certamente il leggendario Tenzing Norgay, colui che insieme al neozelandese Sir. Edmund Hillary nel 1953 mise piede per la prima volta sulla sommità dell’Everest, a 8.848 metri. Zamling (o Jamling) è il nome di uno dei sui figli, colui che l’ha voluto ricordare e rendergli onore attraverso la scrittura di un libro, Touching My Father’s Soul, una lettura più che consigliata!

Qualunque cosa vi foste dimenticati di portare da casa in termini di abbigliamento o attrezzatura tecnica è quasi sicuro che la troverete a Namche Bazaar. I prezzi sono praticamente quelli europei ma è anche vero che in tanti negozi incontrerete marchi originali. Senza esagerare ma volendo, qui potrete anche permettervi una birra all’Irish Pub più alto del mondo! Badate bene che, seppur vi siano diversi bancomat nel villaggio, la maggior parte di questi risulta spesso priva di contanti. PORTATEVI SOLDI A SUFFICIENZA per tutta la durata del trekking previsto e anche una buona dose di fondi d’emergenza! 

3°giorno: Namche Bazaar (3.440 m.) – Khumjung (3.780 m.) – Namche Bazaar

– 10 km – 3h tra andata e ritorno – pranzo e pernottamento alla Zamling Guest House di Namche Bazaar che al conto finale (l’unico caso durante tutto il trekking) aggiunge il 23% di imposte.

Giornata di acclimatamento durante la quale potete decidere di fare tappa al villaggio di Khumjung, situato alle spalle delle colline che fanno da sfondo a Namche Bazaar. Il modo più semplice per arrivarci è quello di cominciare il percorso esattamente dietro al piccolo monastero che troverete al lato della Zamling Guest House e quindi fare ritorno da quello che teoricamente dovrebbe essere il principale, già in direzione di Tengboche. Il percorso può estere esteso anche al villaggio di Kunde.

Everest Base Camp Trek

A Khumjung, incontrerete il Samten Choling Monastery – secondo le fonti il secondo più antico del Khumbu – all’interno del quale è conservato quello che si dice essere il cranio di uno Yeti, l’abominevole uomo delle nevi! Il costo d’ingresso è di 300 rupie. Vi sarete probabilmente già resi conto di essere arrivati nel regno delle patate, qui dove si coltivano e poi si seppelliscono in delle buche sotto terra per conservarle durante i mesi invernali.

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4°giorno: Namche Bazaar – Phortse (3.810 m.)

– 14,5 km – 4h30 – sosta pranzo a Mong-La presso lo Snowland View Lodge – pernottamento presso il Little Sherpa Lodge and Restaurant – costo della camera singola con bagno in comune 500 rupie – prese in camera.

Con questa deviazione si abbandona momentaneamente il percorso principale e si seguono invece le indicazioni per il Gokyo Trek che troverete appena oltre il piccolo insediamento di Kyanjuma (“incrocio di sentieri” a 3.550 m.), a circa 1h30 da Namche Bazaar. Il percorso fin qui prosegue abbastanza liscio, pressoché in piano e regala delle viste a dir poco magnifiche sull’Ama Dablam, sul Lhotse, sul Nuptse e sulla sommità dell’Everest in lontananza.

Everest Base Camp Trek

Optare per questo itinerario costituisce un’ottima variante a quello dell’Everest Base Camp per più motivi: perché vi permette di vedere le cose da una prospettiva più alta e ampia, perché è meno trafficato e di conseguenza meno polveroso ma soprattutto perché vi risparmierà una salita di quelle massacranti per raggiungere Tengboche (che potrete fare invece al ritorno in discesa).

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Da kyanjuma a Mong-La (3.973 m.) – che si trova appunto abbarbicato su un piccolo passo (“La”) – trattasi di circa un’altra ora e mezza di cammino in salita. Le viste da questo punto sono anch’esse spettacolari e già si intravede lì di fronte il villagio di Phortse (“terrazze soleggiate”) che costituirà il vostro rifugio per la notte. Vi piacerebbe che ci fosse un ponte ad unire i versanti delle due montagne alla vostra altezza vero? Ebbene il ponte c’è ma per attraversarlo dovrete scendere per 45 minuti fino al fiume e da lì risalirne altrettanti.

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5°giorno: Phortse (3.810 m.) – Dingboche (4.410 m.)

– 16,5 km – 5h – sosta pranzo a Shomare – pernottamento all’Everest Resort – costo della camera singola con bagno in comune 500 rupie.

Il percorso da Phortse a Pangboche (2h30) è magnifico e selvaggio, reso ancor più unico dal fatto che siano poche le persone a percorrerlo. L’Ama Dablam gli fa da sfondo costantemente mentre guardando in basso a destra si intravede il piccolo agglomerato di Tengboche con lo storico monastero ad occuparne la parte più alta. Portate acqua a sufficienza.

Everest Base Camp Trek

Pangboche (3.930 m.) è un villaggio di tutto rispetto, dedito sempre alla coltivazione di patate e all’allevamento di yak. Nella parte alta del paese sorge il più antico monastero della valle, apparentemente fondato dal Lama Sange Dorje nel XVII secolo e circondato da una sufficiente quantità di lodge e tea houses. Pangboche potrebbe costituire una buona sistemazione per coloro che, all’andata o al ritorno, fossero interessati a raggiungere il Campo Base dell’Ama Dablam (2h circa), da cui partono le spedizioni alla vetta.

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Da questo momento in poi, allontanandovi da Pangboche, dite pure arrivederci alla vegetazione fatta di alberi (che rincontrerete solo al ritorno) e preparatevi invece ad addentrarvi in un mondo fatto di piccoli arbusti e rocce nude; le alte vette sono sempre più vicine, l’aria sempre più sottile e le temperature via via più rigide; i panorami d’altro canto sempre più belli, selvaggi e lunari.

Il sentiero risale ora verso Shomare (4.010 m.) – raggiungibile in circa mezz’ora – e da lì prosegue in falsopiano lungo l’ampia valle dell’Imja Khola, il tributario del Dudh Kosi che dovrete attraversare (45 min.) per raggiungere Dingboche (1h). Avrete probabilmente notato sulla mappa che appena prima di incrociare il fiume i percorsi si dividono: uno a destra, che lo continua appunto a seguire verso Dingboche e Chhukhung, l’altro a sinistra, che invece se ne discosta per continuare verso Periche.

Everest Base Camp Trek

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Sia che il vostro obiettivo sia quello di proseguire facendo andata e ritorno lungo l’Everest Base Camp Trek, sia che vogliate tentare la sorte con i Tre Passi, proseguire verso Dingboche e fermarsi lì per due notti (oppure farne una lì e una a Chhukung) è sicuramente la scelta migliore: la zona offre meravigliose possibilità di escursione e non solo quindi darete al vostro corpo la possibilità di acclimatarsi all’altezza ma avrete anche modo di esplorare ulteriori destinazioni. E’ proprio in questa zona che si può ammirare per esempio l’Imja Tse, quella montagna meglio conosciuta al mondo con l’appellativo di Island Peak (6.189 m.), una delle cime alpinistiche più accessibili della zona che sorge appunto come un’isola tra le altre.

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6°giorno: Dingboche (4.410 m.) – Chhukhung (4.730 m.) – Dingboche

– 3h tra andata e ritorno – pernottamento all’Everest Resort.

Giornata di acclimatamento in cui è possibile raggiungere Chhukhung (4.730 m.), l’ultimo insediamento nella valle dell’Imja Khola. Dal villaggio si staccano più sentieri: verso oriente c’è appunto il Campo Base dell’Island Peak, verso nord il Chuukhung Ri – entrambe possibili escursioni in giornata qualora decideste di intrattenervi a Chhukhung una notte in più – mentre verso nord-ovest il Kongma-La Trek, il primo e più alto fra i tre passi dell’omonimo trekking e che collega Chhukhung a Lobuche. Trattasi di un percorso che supera i 5.500 metri d’altezza, una lunga traversata che può durare anche 9 ore senza incontrare anima viva né ristoro. Dicono – io non l’ho fatto – che l’itinerario da seguire in determinati punti non sia esattamente così intuibile,  che è necessario dunque fare molta attenzione – soprattutto se senza guida – e rinunciare o posticipare in caso di cattivo tempo. Se non rientrate tra gli interessati ad affrontare gli alti passi o a permanere nella valle per ulteriori escursioni – per cui sarà più conveniente pernottare a Chhukgung – potete dunque fare ritorno a Dingboche e godervi un po’ di meritato riposo. Nel centro del villaggio c’è una caffetteria che ogni giorno alle 14.00 propone la visione di un film, un modo alternativo e inatteso per passare il tempo a queste altezze. Andate con anticipo perché il locale si riempie in fretta!

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7°giorno: Dingboche (4.410 m.) – Lobuche (4.910 m.)

– 11 km – 4h30 – sosta pranzo e pernottamento all’Alpine House di Lobuche – costo della stanza con bagno in comune 700 rupie.

Dopo una prima mezz’oretta in salita verso la cima della collina che divide Dingboche da Periche, il percorso prosegue dolcemente attraverso un meraviglioso pianoro con viste spettacolari sulle vette quasi gemelle del Tabuche (6.495 m.) e del Cholatse (6.335 m.). Questo percorso è forse uno tra i più piacevoli, di quelli in cui la fatica non sarà certo la vostra distrazione principale e potrete quindi godervi il paesaggio, ammirandolo nel suo cambiamento continuo con estrema tranquillità.

Everest Base Camp Trek

Everest Base Camp Trek

La prima destinazione e possibilità di ristoro di questa giornata è l’insediamento di Doughla (4.620 m.), situato al di là di un fiume glaciale esondato diversi anni fa (2007) ma che ha ancora l’aspetto di una frana appena staccatasi dalla montagna. Vi toccherà a questo punto farvi strada tra i massi e risalire quindi dall’altro lato; il percorso da Dingboche ha una durata di circa 2h15.

Everest Base Camp Trek

Mettete adesso in cantiere un po’ di energie perché l’ora successiva sarà tra quelle più complicate, vuoi per l’altezza che incomincia a farsi sentire e vuoi per la verticalità del sentiero che risale la montagna fino ad un pianoro superiore dove, a darvi il benvenuto, incontrerete prima i monumenti commemorativi di alcune vittime dell’Everest, tra cui Babu Chhiri Sherpa – scivolato in un crepaccio durante la sua undicesima ascesa – e Scott Fisher – morto durante la tragedia del 1996. Guardatevi indietro adesso: ne avete fatta di strada eh! 🙂

Everest Base Camp Trek

Non mi dite che pensavate di essere arrivati? Ebbene no ma tranquilli, da questo punto a Lobuche vi rimane solo un’altra ora di cammino e il percorso non è poi così impegnativo. La vedete li di fronte quella montagna dalla forma perfetta che si staglia all’orizzonte? E’ il Pumori (7.161 m.), una tra le vette più maestose della valle e che da questo momento in poi sarà lì a fare da sfondo alla maggior parte delle vostre foto. A Lobuche incontrerete varie sistemazioni: io ho dormito all’Alpine House (che non era male) ma vi suggerirei piuttosto di provare la New EBC Guest House. Dopo pranzo volendo potreste risalire qualche collina che affaccia sul ghiacciaio del Khumbu per godervi lo spettacolo.

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8°giorno: Lobuche (4.910 m.) – Gorak Shep (5.140 m.)

– 3 km – 2h30 – sosta pranzo e pernottamento al Buddha Lodge di Gorak Shep – costo della camera singola (minuscola) con bagno in comune 500 rupie.

La verità è che Gorak Shep è un po’ un posto infame dove, a meno che non siate intenzionati a raggiungere sia il Campo Base dell’Everest (5.364 m.) che il Kala Patthar (5.545 m.), non varrebbe neanche la pena di pernottare. Le camere nei lodge sono decisamente le più spartane, il mangiare niente di che e ovviamente l’altezza non sarà quella che concilierà il vostro sonno. Le opzioni alternative, qualora l’idea di dormire ad un’altezza inferiore vi faccia sentire meglio, sono sia quella di effettuare un’escursione in giornata da Lobuche (dove rimarreste a questo punto due notti), sia quella (un po’ più dispendiosa) di optare per il confortevole lodge della Piramide italiana che si trova subito a nord di Lobuche, nascosta in una valle laterale.

Everest Base Camp Trek

Trattasi di un laboratorio di ricerca che si occupa di svariati progetti scientifici e che prende ufficialmente il nome di Ev-K2-CNR. Immediatamente sotto alla piramide si trova il lodge, l’8000 Inn, che per un prezzo fisso di circa 35$ (a seconda della stagione) offre stanza, colazione, cena, doccia calda in bagni confortevoli e possibilità di ricaricare qualunque apparecchiatura elettrica. Si tratta fondamentalmente dell’ultima sistemazione “lusso” sulla strada per l’Everest. Volendo, se non sono i soldi che vi mancano, potreste anche pensare di saltare Lobuche e di rimanere direttamente qui a dormire due notti.

Everest Base Camp Trek

Da Gorak Shep alla punta del Kala Patthar io ci ho messo 1h30 ma, a seconda della vostra condizione fisica le tempistiche potrebbero essere anche più lunghe. Salite con calma fermandovi tutte le volte che riterrete necessarie e portando con voi nient’altro che i bastoncini, acqua, magari uno snack o due e macchina fotografica. Ovviamente l’abbigliamento dovrà essere quanto più pesante possibile a seconda delle condizioni climatiche e dell’orario. Se all’alba o al tramonto portate con voi una torcia frontale. Quindi? Ci siete arrivati? 🙂

9°giorno: Gorak Shep (5.140 m.) – Periche (4.240 m.)

– 15 km – 5h. – sosta pranzo a Dhougla – pernottamento a Periche – costo della stanza singola con bagno in comune 500 rupie.

Ah che soddisfazione e  leggerezza riprendere il cammino in discesa vero? 🙂 Per raggiungere Periche non dovrete fare altro a questo punto che ripercorrere i vostri passi fino a Dhougla e da lì, attraversato il torrente glaciale, prendere il sentiero basso che scende – prima ripido e poi in falsopiano – lungo l’ampia e bucolica valle del Khumbu Kola. Da Lobuche a Dhougla, le due ore che avevate percorso in salita, in discesa diventeranno circa 1h15 mentre da Dhougla a Periche considerate più o meno 1h45.

Everest Base Camp Trek

L’avrete probabilmente già notato all’andata ma altrimenti fateci caso: a circa 40 min. di cammino da Lobuche, in direzione dei memoriali alle vittime sull’Everest e all’altezza di una spianata ghiaiosa, si giunge al bivio (indicato da un cartello giallo) da cui parte il sentiero per il Cho-La, il secondo e più impegnativo dei Tre Passi sulla strada per Gokyo.

Everest Base Camp Trek

10°giorno: Periche (4.240 m.) – Namche Bazaar (3.440 m.)

– 8h – sosta pranzo a Deboche – pernottamento alla Zamling Guest House di Namche Bazaar.

Una giornata abbastanza lunga che volendo potrebbe però essere spezzata in due prevedendo una notte a Tengboche (3.860 m.), la sede del più famoso monastero del Khumbu. Da Periche a Pangboche il percorso è quasi tutto in discesa e si tratta – fatta eccezione per la prima parte fino al bivio per Dingboche all’altezza dell’ Imja Khola – dello stesso itineario già seguito all’andata. A Pangboche potete mantenervi sul percorso che attraversa la parte bassa del villaggio e proseguire quindi oltre verso l’insediamento di Deboche (3.820 m.) e lì fermarvi a mangiare prima di riprendere in salita ripida fino a Tengboche. In totale calcolate circa 4h.

Everest Base Camp Trek

Everest Base Camp Trek

Da Tengboche il sentiero scende a picco per circa 1h. lungo il versante opposto della montagna e fino all’insediamento di Phungi Tanga (3.250 m.) dove, oltre a qualche tea house, troverete anche un piccolo check post dell’esercito. Avete capito adesso perché questa parte di percorso è stata meglio farla in discesa? Personalmente, data la possibilità di deviare verso Phortse, non trovo il motivo di massacrarsi con quella salita all’andata!

Da Phungi Tanga a Sanasa è un’altra ora di cammino in salita nella foresta che vi riporterà quindi prima al bivio con il sentiero per Gokyo, poi a Kyanjuma e da lì a Namche lungo lo stesso percorso in stile nepali flat dell’andata. In totale da Tengboche mettete in conto 4h30. Complimenti ragazzi, ce l’avete fatta! Adesso si che potete farvi una doccia come si deve e cenare come se non ci fosse un domani! 🙂

11°giorno/12°giorno: Namche Bazaar  (3.440 m.) – Phakding (3.440 m.)/Lukla (2.840 m.)

– 15 km o 26 km – 4h30 o 7h. – sosta pranzo a Jorsalle presso il River View Terrace Restaurant – pernottamento alla Khumbu Traveller’s Guest House di Pakhding o al Sunrise Lodge di Lukla.

Verso la fine del trekking si può incominciare a prendersela con calma e visto che in questa giornata le ore di cammino non sono poi così tante potete anche evitare di puntare la sveglia all’alba e godervi finalmente una colazione da campioni. Volendo ovviamente potreste rendere la giornata più lunga e proseguire direttamente fino a Lukla (oppure a Chheplung se la vostra intenzione è quella di farvela a piedi fino a Shivalaya/Jiri); in tal caso (se il vostro volo è prenotato per il giorno successivo) fate in modo di arrivare a Lukla entro le ore 15, in modo da avere il tempo di riconfermare la partenza presso gli uffici della vostra compagnia aerea (leggi bene la prossima sezione per avere maggiori info a riguardo). Fossi in voi io comunque non prenoterei il volo di ritorno prima del 13° giorno. 


3. IN VOLO VERSO LUKLA – tutto quello che le compagnie non vi dicono

Quando venne costruito nel 1964 con lo scopo di trasportare materiale per la costruzione di un ospedale, in pochi avrebbero scommesso che la pista di atterraggio di quello che oggi viene riconosciuto come l’aeroporto più pericoloso del mondo, sarebbe diventata la porta d’accesso alla valle del Khumbu per migliaia di turisti. Ebbene così è stato e ad oggi, durante l’alta stagione, i voli in partenza e in arrivo da quella pista inclinata di 11,7° e lunga soltanto 527 metri sono a decine, ognuno più o meno con una capacità di posti a sedere di circa una ventina di passeggeri.

Everest Base Camp Trek - Lukla

Le compagnie che svolgono questo servizio al momento della mia visita erano 4: Tara Air (controllata dalla storica Yeti Airlines), Sita Air, Summit Air (dal 2017 il nuovo nome dato a Goma Air) e Nepal Airlines. A novembre 2018 il costo per un biglietto di sola andata si aggirava attorno ai 170/180 $, con nessuno sconto per l’acquisto del biglietto di ritorno, pagato esattamente il doppio. Le prenotazioni possono essere effettuate direttamente sul sito della compagnia (se ci riuscite) oppure tramite agenzia a Kathmandu ma è sicuro che, se si tratta di alta stagione, il tutto debba essere fatto con un certo anticipo. I voli, soprattutto quelli di ritorno DEVONO ESSERE RICONFERMATI (in caso contrario la compagnia potrebbe decidere di assegnare il vostro posto a qualcun’altro) e questo lo si può fare direttamente negli uffici delle compagnie aeree a Lukla (aperti solo per un’ora dalle 15 alle 16), per telefono oppure tramite il lodge dove deciderete di pernottare l’ultima sera. Se viaggiate da soli prendete i contatti prima di lasciare il paesello.

Ma arriviamo adesso al dunque: quale compagnia scegliere – vi starete probabilmente chiedendo – e quali sono quelle cose che vorreste sapere prima di partire (e magari di trovarvi bloccati a Lukla senza un’idea di quel che stia succedendo o qualcuno che vi informi circa la situazione e le vostre prospettive di andarvene)? Lo saprete bene anche voi: finché fila tutto liscio è facile esaltare le doti di una compagnia piuttosto che di un’altra – in fondo hanno contribuito alla buona riuscita di un’impresa spettacolare – ma è proprio quando qualcosa va storto che si finisce col tirare le somme e condannare quella che si è rivelata inefficiente e che vi ha fatto perdere tempo inutilmente quando di certo avreste potuto impiegarlo in maniera migliore.

Everest Base Camp Trek - Lukla

Vi racconto in breve la mia esperienza: volo prenotato con Summit Air da Lukla a Kathmandu in data 21 novembre 2018 alle ore 9; aeroporto preso d’assalto per via delle cancellazioni del giorno precedente causa maltempo; dopo un’intera mattinata passata ad aspettare il nostro turno (vedendoci passare davanti decine di gruppi organizzati) ci viene comunicato che tutti i voli da quel momento in poi saranno diretti all’eroporto di Ramechhap, a 5 ore di strada da Kathmandu; la compagnia prenderà ovviamente in carico il servizio di trasporto in minivan verso la capitale; ottenuta la carta d’imbarco e in attesa al gate, all’alba delle 14.30 riceviamo l’infausta notizia della cancellazione del nostro volo in quanto il pilota avrebbe finito le sue ore di servizio; il manager in loco ci dà appuntamento al giorno dopo alle ore 6.30 con la promessa di imbarcarci sul primo volo in partenza; nonostante le promesse e nonostante i primi due velivoli fossero diretti a Kathmandu, ci viene consegnata una carta d’imbarco sostitutiva con destino di nuovo a Ramechhap dicendo che ormai noi eravamo assegnati a quell’aeroporto e che se non ci stava bene potevamo chiedere il rimborso e organizzarci in altro modo; il volo non arriverà fino alle 12.30 e noi a Kathmandu fino alle 19. È stato come uscire di prigione!

“Quando non vedi l’ora di andartene, qualunque rumore ti sembra quello di un aereo in arrivo!”

Che cosa si può dedurre da questa storia:

  • che contro il cattivo tempo non si può far nulla ma questo già l’avevamo messo in conto. L’aeroporto di Lukla è particolarmente soggetto a cambiamenti climatici repentini e quando questo accade i voli non possono fare altro che essere giustamente cancellati. Su questo non ci piove, soprattutto quando si tratta di velivoli che volano a vista. Onde evitare quindi di perdere coincidenze internazionali calcolate sempre quei 3 o 4 giorni in più rispetto alla fine prevista del vostro trekking che vi facciano da cuscinetto proprio in queste occasioni.
  • che non solo il tempo meteorologico potrebbe causare modifiche al vostro volo bensì anche questioni legate al traffico aereo nell’aeroporto di Kathmandu. Durante l’alta stagione del 2018 apparentemente tantissimi voli sono stati dirottati sull’aeroporto di Ramechhap a causa dell’alta intensità di arrivi e partenze internazionali nell’aeroporto della capitale. Trattandosi di un’unica pista sia per i voli domestici che per quelli intercontinentali ovviamente la precedenza viene data ai secondi. Se avete acquistato un volo per Kathmandu la compagnia prenderà a carico l’organizzazione del trasporto (e ci mancherebbe altro direte voi) ma sappiate che queste 5 ore di tragitto da Ramechhap a Thamel le state pagando ben 50$ (130$ è il valore della tratta Lukla-Ramechhap), una cifra che probabilmente non paghereste mai neanche attraversando l’intero paese da est a ovest. Considerato però che Ramechhap si trova in mezzo al nulla l’epilogo è che vi converrà comunque accettare l’offerta.
  • che avrete molte più probabilità di partenza se prenotati sui primi voli della giornata. Tanto per intenderci cercate di trovare posto sui voli con orario di partenza tra le 6 e le 7. Questo ovviamente non vuol dire che partirete necessariamente a quell’ora ma che, se anche in caso di cattivo tempo dovesse partire un solo turno, le vostre speranze di spiccare il volo sarebbero più alte.
  • che se per qualche motivo il vostro volo dovesse essere cancellato perderete la priorità d’imbarco, finendo così in fondo alla lista delle povere anime in attesa di salvezza. Per motivi pressoché ovvi (interesse di collaborazione) sappiate inoltre che ai gruppi organizzati da compagnie note verrà data la precedenza sugli individuali, il che vi darà ancor più svantaggio.
  • che qualunque sia il vostro tempo di attesa (ho incontrato gente bloccata a Lukla da 3/4 giorni) non riceverete nessun tipo di assistenza: rimarrete ad aspettare al freddo e al gelo in un aeroporto che ha più l’aspetto di una stazione degli autobus, senza posti a sedere e senza luci. Se avete una guida con voi lasciate che sia lei a sbrigare la faccenda e voi andatevi a gustare qualcosa di buono alla German Bakery lì di fronte, tanto della vostra presenza non se ne farà niente nessuno. Portate pazienza, al massimo verso le 14 scoprirete quale sarà il vostro destino per la giornata e, male che vada, a quel punto potrete riaccomodarvi in un lodge. Portatevi contante in abbondanza per coprire questa eventualità!
  • che tra tutte (esclusa Nepal Airlines che ha pochi voli alla settimana) Summit Air è la peggiore con cui ritrovarsi in una situazione del genere in quanto quella dotata di meno velivoli in volo su Lukla. In situazioni di accumulo passeggeri causa maltempo Tara e Sita sono quindi sicuramente quelle su cui puntare, Tara in primis per via del maggior numero di velivoli a disposizione.
  • che se avete soldi da spendere con 500$ a testa e altre 5 persone potrete contrattare un elicottero che vi porterà a destinazione, sicuramente con meno problemi rispetto all’aereo (gli elicotteri possono infatti volare in condizioni di visibilità inferiori).
  • che se avete tempo a disposizione e le previsioni del tempo non sono delle migliori forse vi converrebbe farvela direttamente a piedi ed evitarvi lo stress di aspettare a Lukla invano. I biglietti acquistati con queste compagnie sono da considerarsi modificabili (da tenerne conto in caso fosse necessario cambiare data) e rimborsabili (pagando una piccola penale se cancellati dal cliente con un giorno di anticipo o totalmente se il volo dovesse essere cancellato dalla compagnia). 
  • che sarebbe saggio comunque tentare la sorte e contattare la compagnia aerea chiedendo di partire il giorno prima rispetto alla data prevista (calcolate quindi già di default una giornata in più da usare come jolly). Qualora ci fossero posti disponibili (difficile in alta stagione ma mai dire mai), sarebbe come regalarsi una via di scampo sicura, piuttosto che aspettare il proprio turno e rischiare di trovarsi bloccati per giorni. 

4. LA TOSSE DEL KUMBU

Non che sia riconosciuta a livello internazionale ma la “Khumbu Cough” è un dato di fatto e ve ne accorgerete quando i tre quarti delle persone che vi circondano (inclusi forse anche voi stessi) ne saranno affette e l’atmosfera nella sala da pranzo dei lodge sarà quella di un sanatorio piuttosto che di un ristorante. Sapevatelo, la tosse e la perdita di voce a quelle altezze, dove l’aria che si respira è fredda e secca sono qualcosa di assai frequente e rese ancor più probabili se a queste condizioni ci aggiungete la polvere inalata lungo i sentieri.

Il fatto di essere in montagna certo significa aria buona e priva di qualunque tipo di inquinamento che si possa trovare invece in città ma la polvere alzata da chi cammina e dalle carovane di muli e di yak che trasportano mercanzie su questi percorsi può essere tanta e , seppur organica, certo non verrà apprezzata né dalla vostra gola né dai vostri polmoni. Indispensabile sarà dunque che vi muniate di una protezione per il collo che arrivi a coprirvi anche la faccia (niente di meglio di un Buff) e che vi dovrete tenere addosso dall’inizio alla fine del trekking.


5. COSA PORTARE NELLO ZAINO

Prepararsi a livello di attrezzatura da portar con sé è ovviamente quanto di più basilare. Ne ho già parlato ampiamente nell’articolo Trekking in Nepal: tutto quello che c’è da sapere per cui non faccio altro che fare copia e incolla evidenziando quanto ritengo che sia fondamentale o comunque molto utile per questo tipo di trekking, estendendo il discorso anche agli itinerari del Gokyo e Tre Passi.

– Scarpe comode e adatte al trekking: vanno benissimo per esempio i modelli in Goretex della Salomon o della Sportiva a meno che non prevediate un trekking in inverno o durante il monsone, in qual caso sarebbe meglio uno scarponcino; l’importante è ovviamente che calzino comode e che le abbiate testate camminandoci in precedenza. Partire con un paio di scarpe nuove di zecca potrebbe infatti rivelarsi l’errore più grande che possiate commettere. Io personalmente uso le Ultra Raptor de La Sportiva;

– Micro-ramponi se il trekking prevede passaggi su ghiaccio quali, in questo caso, l’attraversamento del Cho-La, il secondo dei Tre Passi sulla strada per Gokyo;

– Un paio di ciabatte da indossare nelle tea house e che vi servano sia per la doccia, sia per evitare di dovervi allacciare le scarpe o gli scarponi ogni volta che vi servirà andare in bagno, soprattutto se di notte. Un paio di ciabatte da piscina in plastica sono l’ideale in quanto parzialmente chiuse e possibili da indossare anche con i calzettoni di lana, molto meglio che non le classiche infradito;

– Calze: portatene quattro paia adatte per il trekking e un paio di lana per la sera da mettere con le ciabatte;

– Guanti anti-vento;

– Cappello: che vi copra quanto più possibile il viso (modello peruviano) e che possiate utilizzare anche di notte per tenere al caldo la testa;

– Copricollo: fondamentale sopratutto per i trekking alle quote più alte come questo;

– Magliette: meglio se di tessuto tecnico e che asciughino in fretta, a maniche corte per le quote più basse e a maniche lunghe per quelle più alte. Portatene al massimo cinque;

– Completo termico: da utilizzare come pigiama  o da aggiungere come strato se avete freddo;

– Felpe/pile: un paio di felpe in tessuto tecnico da utilizzare durante il trekking e un pile per la sera;

– Pantaloni: due paia per il trekking, uno più leggero per le quote più basse e uno più pesante per quelle più alte oppure due leggeri e una calzamaglia termica senza piede da utilizzare all’occorrenza. Portatevi poi un pantalone comodo da indossare a riposo;

– Giacca pesante ma che occupi possibilmente poco spazio oppure un piumino e una giacca antivento da abbinare all’occorrenza; io mi porto sempre anche una giacca traspirante da corsa;

– Sacco a pelo: un sacco a pelo di piccole dimensioni dovrebbe essere sufficiente. In ogni stanza sono infatti presenti delle coperte che potrete usare come aggiunta. Può capitare tuttavia, soprattutto durante l’alta stagione, che sui sentieri più battuti e a alle altezze elevate (dove ci sono meno alloggi), vi ritroviate a dover dormire in un angolo della sala da pranzo. In questo caso, sopratutto se sono finite le coperte a disposizione, potreste patire del gran freddo. Starà allora a voi cercare di arrivare prima della massa e accaparrarvi la stanza migliore. Le guide in questo caso possono essere molto d’aiuto, soprattutto se conoscono la zona e sono a loro volta conosciute, avendo spesso la possibilità di chiamare e prenotare in anticipo;

– Impermeabile: di quelli di plastica che siate sicuri facciano il loro dovere. Non c’è niente di peggio che ritrovarsi bagnati e al freddo;

– Una torcia frontale che vi lasci le mani libere;

– Occhiali da sole;

– Protezione solare, crema idratante e burro cacao;

– Carta igienica, salviette umide, gel igienizzante e assorbenti: la carta igienica è spesso di facile reperimento anche in loco ma i prezzi, così come quelli di tutti i prodotti, sono direttamente proporzionali all’altezza (un rotolo arriva a costare fino a 450 rupie);

– Prodotti da bagno: spazzolino, dentifricio, sapone, shampoo e balsamo in bustina che troverete nei supermercati delle principali città; rimanete sempre sulle piccole quantità e fate comunque conto di lavarvi pochissimo;

– Asciugamano in microfibra: io di solito ne porto uno di medie dimensioni per la doccia e uno piccolo da tenere sempre a portata di mano;

– Kit di primo soccorso che contenga farmaci per la dissenteria, Diamox, cerotti per le vesciche e uno spry per il naso (per evitare di passare notti insonni qualora vi doveste beccare un raffreddore);

– Borraccia di metallo e purificatore per l’acqua: la borraccia di metallo vuole essere la sostituita delle bottiglie di plastica che a queste altezze costituiscono un’importante fonte di inquinamento. Il costo di una bottiglia d’acqua in montagna inoltre può raggiungere le 250 rupie (contro le 25 rupie di Kathmandu) per cui ha molto più senso premunirsi di gocce o di pastiglie per purificare quella che prenderete dal rubinetto. A differenza della Regione dell’Annapurna qua non troverete acqua già filtrata;

– Apparecchiatura fotografica;

– Power Bank: per risparmiare sul costo delle ricariche e che sia almeno di 10.000 mAh;

– Snack di ogni tipo: consideratene almeno uno/due al giorno perché rendano il vostro trekking e i momenti di pausa ancora più piacevoli.

– Bastoncini da trekking: se avete problemi alle ginocchia o li volete evitare i bastoncini vi saranno di grande aiuto soprattutto durante le discese ripide.

– Un libro o le carte da gioco: per passare il tempo durante i momenti morti.

Filippine on the road: North Luzon – viaggio a nord di Manila tra risaie, buon cibo e città coloniali

Filippine on the road: North Luzon – viaggio a nord di Manila tra risaie, buon cibo e città coloniali 1080 810 Sonia Sgarella

Alzi la mano chi di voi è stato a Manila e sarebbe pronto a sostenere che si tratti di una bella città. Suvvia dai, bisognerebbe essere proprio di manica larga per scovare del fascino in quella che generalmente viene riconosciuta come una delle città più brutte dell’Asia.

Povera Manila però, in fondo non è neanche tutta colpa sua: se oggi infatti non può essere che la  città stessa ad essere accusata di aver abbandonato le tradizioni a favore di una globalizzazione sfrenata fatta di shopping mall, catene di fast food, starbucks e di Donkin Donuts, è vero anche il fatto che in passato ciò che ne ha decisamente deturpato l’aspetto sono stati i conflitti armati tra potenze straniere, nella fattispecie giapponese e americana. Manila, così come Varsavia, Hiroshima e Amburgo, può essere di fatto considerata come una delle città che soffrirono maggiormente le atrocità della II guerra mondiale e che sotto i bombardamenti disse addio irrimediabilmente alle bellezze del passato.

Non tutto il male vien per nuocere però, si potrebbe dire: seppur infatti dell’antica architettura coloniale è rimasto ben poco e concentrato soprattutto nella zona di Intramuros, la presenza americana nel paese per circa cent’anni, ha garantito alla popolazione un livello di alfabetizzazione tra i più alti dell’Asia, che vede la maggior parte degli abitanti (i più anziani compresi) parlare un inglese praticamente perfetto; un aspetto questo, volto a rincuorare di certo i viaggiatori di tutto il mondo che qui si apprestano ad affrontare un viaggio, in un paese in cui sicuramente troveranno vita più facile che non altrove.

Fatta questa premessa allora e sul se valga o meno la pena di fermarsi a Manila per cercare di scovarne qualche bellezza nascosta, la mia opinione è che purtroppo no. Usatela come luogo di passaggio se proprio dovete ma non fermatevi più di tanto (un buon posto per pernottare in zona Malate è il Tambayan Capsule Hostel); alzate i tacchi quanto prima piuttosto e cominciate ad esplorare l’isola su cui si trova, quella di Luzon, che fortunatamente ha qualcosa di meglio da offrire. 

Nello specifico, a nord della capitale, si trovano alcuni tra i terrazzamenti di riso tra i più belli dell’Asia e, con questi, anche la possibilità di dedicarsi a qualche giorno di trekking nella natura incantata. Da Manila allora spostatevi subito in direzione Banaue ed eccovi arrivati: benvenuti nella zona della “Cordillera“, tutta un’altra storia rispetto al resto del paese!

Batad

In generale, se dovessi rimarcare alcuni dei tratti distintivi di questo territorio lo farei con tre concetti: aria fresca (tendente al freddo a cavallo tra gli ultimi e i primi mesi dell’anno), cibo salutare (soprattutto a Sagada) e cultura centenaria (che si esprime non solo nell’artigianato locale e nell’architettura coloniale, ma anche nel mantenimento delle tradizioni più antiche).

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1. Banaue e dintorni

Per comprendere meglio il territorio nei dintorni di Banaue e la vita nelle risaie, i terrazzamenti andrebbeto ammirati da vicino. Questo significa camminarci attraverso. Da Banaue – una cittadina che non presentando particolari attrattive potrebbe essere esplorata anche in mezza giornata – è possibile organizzare camminate di più giorni, la più popolare tra le quali è quella che raggiunge Batad, passando per gli abitati di Pula e Cambulo (2 giorni/1 notte).

Batad

Affidarsi a una guida è sicuramente consigliabile trattandosi di sentieri non marcati che si sviluppano per lo più lungo il bordo delle risaie e il modo migliore per farlo è quello di rivolgersi al centro di informazione turistica sito alle porte della città. Il costo per il servizio guida ammonta a 1.200 pesos al giorno (prezzo aggiornato a febbraio 2018), 300 il pernottamento e 1000 il trasporto tra andata e ritorno. Se siete in due fate quindi conto di spendere circa 2000 pesos a testa, pasti esclusi. Per la prima giornata dovrete organizzarvi con un pranzo al sacco (chiedete alla vostra guest house) mentre per la seconda riuscirete a pranzare a Batad.

Pula

Il percorso è veramente spettacolare, le risaie uno stupendo lavoro dell’uomo (il prezioso lascito delle tribù Ifugao, capaci di  scolpire le montagne con la stessa mano artistica con cui ancora oggi scolpiscono il legno), i villaggi di Pula, Cambulo e Batad delle piccole oasi di pace e insomma, il tutto merita decisamente di essere visitato. Mettete in conto 5/6 ore di cammino – inizialmente in leggera salita – il primo giorno (con pernottamento a Cambulo) e 2/3 ore – principalmente in discesa – il secondo (Cambulo-Batad). Fatta tappa alla cascata di Batad che si trova in fondo ad una scalinata infinita, pranzato e quindi raggiunta sempre a piedi (20 minuti) la strada principale, prima di rientrare a Banaue, potete concordare anche un breve passaggio da Bangaan, anch’esso circondato da pittoresche terrazze.

Batad

Ora, per quanto belle siano però le altre risaie, è certo che Batad costituisca il fiore all’occhiello di questa zona. Sfido chiunque a non rimanere a bocca aperta di fronte alla perfezione del suo anfiteatro di terrazzamenti, uno spettacolo da lasciare increduli anche gli occhi più saturi di meraviglie del mondo!

Batad

Da Manila a Banaue, trattandosi di un viaggio di oltre 8 ore, conviene viaggiare di notte. Le compagnie che operano servizio sono Florida e Ohayami (www.ohayamitrans.com) e, se viaggiate in alta stagione, farete bene a prenotare i vostri posti già da casa. Sulla sistemazione vi potrei consigliare sia Banaue Homestay (fuori dal centro ma in posizione molto bucolica), sia il People’s Lodge, tramite il quale non sarà difficile organizzare il vostro successivo trasferimento a Sagada (300 pesos in van. In alternativa si dovrebbe cambiare a Bantoc ma il costo complessivo di circa 200 pesos credo proprio che non varrebbe lo sbatti). Il tempo di percorrenza è di circa 2 ore, con qualche sosta per foto lungo il percorso.

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2. Sagada

Ma quali “bare penzolanti”, il punto di forza di Sagada, ve lo posso assicurare, è decisamente lo yogurt della Yogurt House, uno che così buono giuro di non averlo mai mangiato! Non solo yogurt comunque, i piatti che servono sono uno più buono dell’altro e fanno sicuramente a gara per prelibatezza con quelli del Log Cabin, l’altra colonna portante culinaria della città. C’è proprio da dirlo in questo caso: “santa verdura!” – un toccasana che nel resto del paese sembra cosa difficile (se non addirittura quasi impossibile) da reperire nei ristoranti.

Sagada

Considerato che raggiungerete Sagada prima di pranzo (il van parte da Banaue alle 8.30), potrete quindi lasciare i bagagli nella guest house che avrete scelto (io vi consiglio Sagada Homestay) e quindi preparare lo stomaco per un pranzo di qualità. Essendo che il Log Cabin apre solo di sera, puntate pure dritto alla Yogurt House e quindi nel pomeriggio visitate le “bare appese” della Echo Valley (Echo Valley Hanging Coffins).

Sagada

Per accedere al sito dovrete prima registrare la vostra presenza in città presso l’ufficio turistico e quindi portare la ricevuta di pagamento al chioschetto d’entrata. Qui vi verrà chiesto il pagamento del biglietto e di conseguenza assegnata una guida. Non aspettatevi chissà quante bare comunque (si lo so, ne fareste volentieri a meno ma oh, questo è quello che passa al convento!:-). Lasciatevi piuttosto suggestionare dalle spiegazioni di una tradizione che, seppur macabra, rende il posto comunque degno di una breve visita e poi tornate a concentrarvi sui piaceri della vita! 🙂

Che altro fare nel pomeriggio? Beh, un bel massaggio ci sta sempre e, pernottando al Sagada Homestay, potrete contrattare le massaggiatrici direttamente in camera vostra semplicemente chiedendo alla padrona di casa. (350 pesos 1 ora). Il giorno seguente, a meno che non vogliate provare le brezza di infilarvi in delle grotte sotterranee con il solo ausilio di una lampada a olio (in tal caso le informazioni le potete chiedere sempre al centro turistico), diciamo che sareste già pronti per ripartire in direzione di Vigan. La colazione? Hotel Masferre Inn and Restaurant, il top nella categoria e aperto già dal mattino presto.

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3. Vigan

Finalmente una cittadina degna di nota: stradine ciottolate, edifici coloniali e chiese risalenti all’epoca di dominazione spagnola, una fontana gigante dove ogni sera alle 19.30 propongono un grandioso spettacolo di suoni e luci (agli stranieri é permesso salire gratuitamente sul tetto dell’edificio che si trova proprio lì accanto) e, non da meno, una particolare propensione alla vendita di cheesecake!

Vigan

Vigan, inserita da poco nella lista delle sette città coloniali più belle del mondo, è il risultato di una fusione unica di architettura asiatica e pianificazione coloniale. Carina davvero – vi dirò – peccato però che le strade ben conservate siano soltanto un paio e che per visitarle basterebbe anche solo una mezza giornata. Un po’ poco – penserete voi – però dai, si tratta comunque di una meta che merita almeno una notte del vostro tempo e, perchè no, magari anche due visto lo sbatta per arrivarci.

Vigan

Raggiungere Vigan da Sagada può essere considerata una mezza impresa (che vi porterà via una giornata intera) ma che vi darà occasione di esplorare delle rotte sulla cordigliera un po’ meno battute. Incominciate col prendere da Sagada il pulmino delle 8 con destino Bauko (1 h.30, 70 pesos) e da lì, il primo van in partenza per Cervantes (partenza ogni ora, 1h., 70 pesos). Continuate ora per Tagudin (partenza ogni ora, 2h., 150 pesos) e quindi appostatevi sulla strada principale ad aspettare il primo autobus diretto a Vigan (bus AC, 2h., 120 pesos).

Vigan

Tra le sistemazioni più economiche e in posizione centrale è l’Hem Apartelle, vicino al quale si trova anche il centro massaggi più professionale della città, il Banahaw Heals Spa, al numero 11 di Liberation Blvd. Ottimi i prezzi e ottimi anche i trattamenti. Da Vigan, per tornare a Manila, potete prendere il servizio di autobus notturno gestito dalla compagnia Partas. (www.phbus.com)

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Ovviamente questa non vuole essere una guida esaustiva di tutte le attrattive presenti sull’isola di North Luzon ma se avete poco tempo a disposizione e volete vedere un po’ che si dice a nord di Manila, questa può essere certamente un’idea di itinerario da coprire in circa una settimana.

Muldhai View Point: la nuova Poon Hill con tanto di Yak!

Muldhai View Point: la nuova Poon Hill con tanto di Yak! 1024 682 Sonia Sgarella

Ok ragazzi è giusto che io ve lo dica e questo perché siete davvero in tanti a chiedermi consigli riguardo al trekking di Poon Hill: esiste un itinerario alternativo che a mio parere merita seriamente di essere considerato, che vi permetterà di vedere quelle montagne che sognate di ammirare all’alba ancor più da vicino, un percorso praticamente deserto, popolato da poca bella gente e da un sacco di yak. Si chiama Muldhai Trek e con soli 1/2 giorni in più di cammino rispetto al circuito tradizionale di Poon Hill – di cui non è altro che un’estensione – vi porterà fino in cima al Muldhai View Point (detto anche Yak Hill) da cui la vista è spettacolare.

Muldhai Trek

Niente biglietto da pagare, niente comitive di coreani, niente file per salire, grida e schiamazzi: qui ci sarete soltanto voi e forse pochi altri, immersi nel silenzio della natura incontaminata, a godervi lo spettacolo circondati da bestioni pelosi che altrimenti non vi capiterebbe di vedere. Insomma, una volta arrivati fin qui e quindi raggiunta Ghorepani, altro che svegliarsi di notte per salire a Poon Hill insieme alla folla: l’alba voi potrete permettervi di ammirarla comodamente seduti nel ristorante della vostra guest house sorseggiando un buon caffè e mangiandovi un’Apple Pie talmente buona che ve la ricorderete per tutta la vita!

Ghorepani

Il percorso del Muldhai Trek, il quale non appare neppure sulle mappe più aggiornate ma che in fondo è ben segnalato sul posto, si stacca dal villaggio di Tadapani per poi ricongiungersi con quello principale di Poon Hill – che collega quest’ultima località con Ghorepani – all’altezza di Deurali.

Muldhai Trek

Per arrivare a Tadapani direttamente da Pokhara il modo più veloce per farlo, anche se non indolore, é quello via Ghandruk, la quale può anche essere raggiunta in maniera più lenta e graduale passando per Pothana e Landruk; se invece siete di ritorno dal Trekking al Campo Base dell’Annapurna, prendete il sentiero che da Chomrong passa per Chuile e da lì risalite il versante della montagna. Ovviamente il percorso può anche essere svolto in senso contrario, da Deurali a Tadapani.

Muldhai Trek

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1.Ghandruk/Tadapani a Isharu o Dobato

Da Tadapani ad Isharu (3.137 m.), passando per Mesar (2.930 m.), il percorso è di circa 2h. e quasi tutto in salita. A Mesar c’è solo un lodge estremamente basic e fumoso che non fa ben sperare per quel che riguarda la qualità del cibo. Per altri soli 30 minuti di cammino è quindi più conveniente arrivare fino ad Isharu e lì godere di un’atmosfera molto più familiare. La prima tea house che incontrerete è l’Hillside Lodge, gestito da una giovane coppia di genitori che farà il possibile per farvi sentire a vostro agio.

Muldhai Trek

Al momento della mia visita (novembre 2017) le strutture della zona erano tutte sprovviste di corrente elettrica ma, a seguito dell’ottenimento dei permessi, la situazione dovrebbe cambiare già  nei prossimi mesi. La stufa nella sala da pranzo invece funzionava eccome, un bel trattamento visto il freddo che fa fuori a oltre 3.000 metri!

Da Isharu a Dobato (3.426 m.) è un’altra 1,15h. di cammino, un po’ in salita e un po’ in piano, attraverso una specie di ampia gola che si apre appena dopo aver superato un tempietto nella roccia, il simbolo dell’attraversamento di un piccolo passo sopra ad Isharu. Superata la gola e arrivati quindi al versante della montagna che si apre verso nord la vista sulle montagne è già meravigliosa.

Muldhai Trek

Appena prima di raggiungere Dobato il sentiero si divide in due: uno marcato bianco e azzurro che prosegue più in basso verso il principale agglomerato di lodge e uno marcato bianco e rosso che invece prosegue più in alto verso una tea house solitaria (Dobato View Point), da cui poi si prosegue fino alla sommità di Yak Hill. A seconda del vostro punto di partenza al mattino sarete voi a decidere se vi è più conveniente fermarvi a dormire ad Isharu o proseguire fino a Dobato.

Muldhai Trek

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2.Isharu/Dobato a Ghorepani passando per Yak Hill

Dormire a Dobato certamente vi darebbe la possibilità di raggiungere facilmente la sommità di Yak Hill in tempo per l’alba (15 min. dal lodge Dobato View Point) ma se così non fosse non disperate, lo spettacolo è comunque fantastico anche con la luce del sole e anzi, questo forse vi eviterà di inciampare negli innumerevoli yak disseminati lungo il percorso! 🙂

Muldhai Trek

Godersi la maestosità delle montagne senza altre anime intorno (se non quelle di quegli esseri pelosi mastodontici) è un’occasione che non ha prezzo. Di fronte a voi c’è tutto il comprensorio dell’Annapurna, il Dhaulagiri, il Machhapuchhare e, se la visibilità è buona, si riesce ad avvistare addirittura il Manaslu. Siete arrivati a 3.637 metri di quota.

Muldhai Trek

Dall’altro lato, piccola piccola, la collina di Poon Hill, Ghorepani e Deurali, la vostra prossima tappa che potrete raggiungere con circa 2h. di cammino. Il percorso dal Muldhai View Poin procede inizialmente in discesa moderata per poi, dopo una breve salita, trasformarsi in una famigerata killing-down. Questa e non altra è l’unica ragione per cui vi sconsiglierei vivamente di percorrere l’itinerario in senso inverso ma se siete in arrivo da Ghorepani c’è poco da fare: rimboccatevi le maniche e partite. Forza che vi aspetta un panorama spettacolare! 🙂

Muldhai Trek

Da Deurali a Ghorepani il percorso di 1,15h. è decisamente più facile e rilassante, niente a che vedere con quello percorso fin’ora. Siete ormai ritornati sul tracciato principale del trekking a Poon Hill e il numero di persone incontrate lungo il percorso non farà altro che ricordarvelo, motivo in più per apprezzare la solitudine di cui avete appena goduto lungo il tracciato del Muldhai Trek!

Muldhai Trek

Mardi Himal: l’ultima frontiera del Trekking in Nepal

Mardi Himal: l’ultima frontiera del Trekking in Nepal 1024 682 Sonia Sgarella

Ci sono montagne difficili, che vengono corteggiate per anni prima che l’alpinista ne riesca a conquistare la vetta; ci sono montagne ancora inviolate, alcune perché situate in zone della terra impervie o poco esplorate, altre in territori pericolosi o politicamente instabili; altre ancora forse perché semplicemente poco attraenti; e poi ci sono loro, le vette inviolabili, quelle inaccessibili, sulle quali all’uomo non è concesso mettere piede per rispetto alle credenze locali.

Dimore divine, la casa degli spiriti, ecco il pretesto che rende queste vette sacre e inattaccabili: il Kailash, in Tibet, per fare l’esempio più famoso, il Gangkhar Puensum, in Bhutan, il più alto ma forse il meno conosciuto e poi ancora lui, la “coda di pesce”, il Machhapuchhare, in Nepal.

Mardi Himal

6.993 metri d’altezza e una forma slanciata che desta meraviglia negli occhi di chiunque la guardi: il Machhapuchhare, a ragion dovuta, è considerata non solo la più sacra tra le vette del Nepal bensì anche una delle cime più spettacolari del mondo. Salirci non è possibile ma se è vero che avvicinarla si può, sapete qual’è il modo migliore per farlo? Si chiama Trekking del Mardi Himal!

Mardi Himal

Un percorso aperto solo da pochi anni e ancora sconosciuto alla maggior parte dei viaggiatori i quali, dovendo scegliere, preferiscono optare per la vicina Pooh Hill o per il Campo Base dell’Annapurna. Niente da dire riguardo a questa decisione ma se siete alla ricerca di un itinerario poco battuto, più selvaggio e che in pochi giorni vi porti ad un’altezza di 4.500 metri, al cospetto della montagna più sacra del Nepal, eccovi allora serviti su un piatto d’argento: avete trovato quello che fa per voi!

Mardi Himal

Lo chiamano il trekking “sulla cresta” perché per la maggior parte del tempo ci si trova a camminare sulla cresta delle montagne che separano la valle di Pokhara da quella del fiume Modi Khola, dapprima immersi in una foresta densa e lussureggiante e in seguito, oltre la linea degli alberi, su un terreno sempre più alpino ricoperto da piccoli arbusti. Le sistemazioni saranno forse più spartane rispetto a quelle degli itinerari più gettonati ma che cosa importa…da qui si torna a casa con in tasca un’esperienza meravigliosamente autentica!

Mardi Himal

Cosa aspettate allora? Non ci vorrà molto perché le agenzie comincino a puntare su questo nuovo percorso, perché l’affluenza di persone incominci ad aumentare con il passaparola e perché vengano rilasciati i permessi per la costruzione di nuove strutture. Da quel giorno – come è normale che sia – probabilmente non sarà più la stessa cosa. Approfittatene adesso che siete ancora in tempo!

Quello che innanzitutto dovrete fare se interessati a questo trekking, sarà tenervi almeno 6 giorni a disposizione. Udite udite però, esiste anche un’altra possibilità, più dispendiosa, potenzialmente più pericolosa ma di certo super adrenalinica: salire a piedi e scendere in parapendio! Ebbene sì, avete capito bene: trattandosi di un itinerario che si estende su un cresta affacciata verso la valle di Pokhara, con un solo volo potreste risparmiare due giorni di cammino in discesa. Anche in questo caso però, seppur non la distanza, potrebbe essere il meteo ad imporvi di aspettare le condizioni più favorevoli.

Qualunque cosa decidiate di fare, evitate quindi di incastrare gli impegni come dei campioni in una partita di tetris e ricordatevi che per raggiungere i 4.500 metri il vostro corpo potrebbe avere bisogno di un giorno in più di acclimatamento. Se avete dei dubbi che riguardano questo tema leggete l’articolo L’ABC del trekking in Nepal: semplici regole per stare bene.

Mettiamo comunque il caso che per una prima volta vogliate contare solo sulle vostre gambe e rimandare – chissà ad una seconda – l’esperienza del paragliding; eccovi allora qua sotto il percorso dettagliato con tutte le varianti possibili. A questo farà poi seguito il mio tinerario personale, modificato appositamente per poterci aggiungere il trekking al Campo Base dell’Annapurna (clicca qui per leggere il post).

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1.Pokhara – Pothana o Pitam Deurali

Il vero punto d’inizio dell’itinerario chiamato del Mardi Himal è il piccolo agglomerato di lodge conosciuto con il nome di Pitam Deurali. All’altezza del Trekkers Inn Lodge, una delle uniche due tea house presenti in questo punto, troverete un cartello ad indicare la via per “Mardi Route (Forest Camp)”.

Mardi Himal

Per arrivare a Deurali non dovrete fare altro che seguire lo stesso itinerario descritto nell’articolo Trekking al Campo Base dell’Annapurna. Partendo da Pokhara considerate quindi circa 1h. di viaggio in taxi fino a Kande (2.000 rupie) – villaggio situato ad un’altezza di 1.770 m. – e da lì mediamente 2h. per Pothana, passando per l’Australian Camp.

Fermatevi a Pothana per la prima notte oppure proseguite altri 45 minuti fino a Deurali ma solo se sicuri di avere una stanza prenotata per voi. Arrivare a Deurali così alla cieca – per via della scarsa disponibilità di alloggi – comporta infatti il rischio di non trovare posto e di essere costretti a fare marcia indietro, di nuovo fino a Pothana.

L’idea di proseguire oltre non è da prendere neanche in considerazione e questo per due motivi: perché da lì al Forest Camp vi divino altre 4/5h. di cammino e perché, se anche ci doveste arrivare, il dislivello tra gli 800 m. di Pokhara e i 2.550 del campo , non darebbe il tempo al vostro corpo di acclimatarsi in maniera ragionevole. A Pothana il numero di lodge è ampiamente superiore per cui meglio prendere le cose con calma ed evitare di strapazzarsi troppo già dal primo giorno.

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2.Forest Camp, Rest Camp o Low Camp

Da Pitam Deurali il percorso prosegue in leggera salita attraverso una densa e tranquilla foresta e, nonostante alcuni passaggi siano un po’ più ripidi, in linea di massima non si tratta di un itinerario difficile. Attenzione però: lungo il percorso le uniche due strutture che incontrerete saranno un tempietto in cima ad una scalinata – con vista su Ghandruk e la punta del monte Dhaulagiri – e una piccola dhaba nella località di Dhan Kharka (2.425 m.). Solo qui, dopo circa 3h. di cammino, troverete in vendita snack e bevande; assicuratevi quindi di essere partiti al mattino già con una buona scorta di acqua.

In un’altra ora ecco che arriverete così al primo dei quattro “Camp”, quello conosciuto con il nome di Forest o Kokan (2.550 m.). Io, partendo poco prima delle 8 da Pothana, ho raggiunto il Forest Camp alle ore 13 e lì mi sono fermata a mangiare. Il posto è carino, consistente in sole 3 tea house situate nei pressi di una bella spianata circondata dalla foresta lussureggiante, con l‘unica pecca quella di non avere però nessuna vista sulle montagne che invece potreste guadagnarvi continuando fino al Low Camp.

Mardi Himal

Ora dovrete scegliere quindi se fermarvi o proseguire oltre. Da qui a 30 minuti incontrerete prima il Rest Camp (2.600 m.) – con una sola tea house dotata di acqua calda per la doccia – mentre, continuando per un’altra ora e 45 minuti, arriverete ai circa 3.000 m. del Low Camp. L’ideale sarebbe sempre quello di non osare troppo in termini di altezza per dare al corpo il tempo di acclimatarsi, ma è vero anche il fatto che, nel prendere le proprie decisioni, bisogna inoltre valutare le condizioni meteorologiche. Nella sezione “il mio itinerario” vi dirò quali sono state le mie scelte, spiegandovene anche le motivazioni.

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3.High Camp

Dal Low Camp al lodge Badal Dhanda Top View – ancora in fase di rifinitura al momento della mia visita (novembre 2017) – ci vogliono circa 50 min. Scattate le foto di rito con lo sfondo delle montagne, potete quindi proseguire per altri 40 min. – attraverso la foresta di rododendri – fino all’agglomerato di lodge conosciuto con il nome di Upper Badal Dhanda (3.289 m.)

Mardi Himal

Da qui la vegetazione si va sempre più diradando essendo ormai arrivati al limite della linea degli alberi, trasformandosi definitivamente in bassa sterpaglia mano a mano che vi avvicinerete alla soglia dei 3.700 m. dell’High Camp. Il sentiero da Badal Dhanda in poi si snoda dapprima sul versante di una collina per poi farsi sempre più scosceso sulla cresta della montagna, regalando viste mozzafiato sia sul Machhapuchhare che dell’Annapurna South.

Mardi Himal

I passaggi stretti al lato di burroni da centinaia di metri possono essere pericolosi in caso di svarioni o di sbilanciamento e richiedono quindi la vostra massima attenzione. Salite con calma, fermatevi a prendere fiato, a ridare stabilità al corpo ogni volta che lo riteniate necessario e in circa 3/3,5 h. dal Low Camp avrete finalmente raggiunto l’High Camp, quello più alto (3.700 m.).

Mardi Himal

Incredibile pensare che fino a pochi anni fa tuto quello che avete percorso non era altro che un tracciato per lo spostamento degli yak e che come tale in effetti sembra ancora oggi. Al momento all’High Camp esistono solo due lodge ma il progetto è quello di ampliare l’offerta nei prossimi anni.

Mardi Himal

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4.Upper View Point – MBC – Low Camp, Rest Camp, Forest Camp o Sidhing

Ormai che avete fatto 30 dovete fare per forza anche 31! Raggiungere l’Upper View Point(4.300 m.) può costituire una bella sfida per chi soffre di vertigini ma ne vale veramente la pena. Per affrontare questa salita di 1/1,5 h. e prevedere di arrivare in cima giusto in tempo per il sorgere del sole, la cosa da farsi sarebbe quella di partire quando ancora fuori è buio ma, a meno che non stiate viaggiando con una guida che conosca il percorso, NON fatelo! Alcuni passaggi possono infatti risultare difficili da identificare e potrebbe quindi essere rischioso avventurarsi da soli.

Mardi Himal

Arrivati in cima lo spettacolo è uno di quelli epici con il Machhapuchhare in primo piano che mostra agli spettatori il suo profilo migliore; non solo, da qui si intravede gran parte del percorso per il Campo Base dell’Annapurna, il Mardi Himal Base Camp (4.500 m.) – che potrete raggiungere continuando sulla cresta per altri 30 min circa – e la valle di Pokhara.

Mardi Himal

Ritornati all’High Camp per una bella colazione, potete quindi caricarvi delle vostre cose e ripartire in discesa, laciando che siano le vostre gambe a decidere fino a dove arrivare . Considerate il fatto che, se quella dall’Upper View Point è la vostra prima vera discesa, non solo le gambe ma anche le vostre ginocchia potrebbero essere già abbastanza provate da non riuscire a portarvi lontano più di tanto. Cercate quindi di preservarle anche per il giorno seguente aiutandovi con i bastoncini!

Mardi Himal

Se siete diretti di ritorno a Pokhara, appena sotto al Low Camp troverete le indicazioni per Sidhing (1.900 m. -3,5 h.). Seguitele e quindi fermatevi lì una notte; se siete invece diretti a Landruk – per proseguire poi verso L’Annapurna Base Camp, Ghandruk e Ghorepani – oppure se volete fare ritorno a Pokhara di nuovo via Pothana, potete allora proseguire anche fino al Rest Camp o al Forest Camp.

Mardi Himal

Alba dal Rest Camp

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5.Landruk o Pokhara

Da Sidhing le jeep dirette a Pokhara partono di solito al mattino presto ma non avendo preso questa direzione non vi saprei dire con certezza né il loro costo, ne quanto tempo ci impiegano.

La deviazione per Landruk la troverete scendendo lungo lo stesso sentiero che avete fatto per salire, poco dopo il Forest Camp sulla destra. La discesa è in picchiata – una famigerata killing-down – e il percorso di circa 1,45 h. può risultare complicato e sicuramente scivoloso in caso di pioggia. Ebbene queste sono le occasioni in cui ringrazio di essermi portata dietro i bastoncini, un supporto che invece non utilizzo mai durante le salite.

Avvicinandosi a Landruk il terreno irregolare lascia finalmente spazio ai gradini: siete giunti in uno dei villaggi più belli di tutta la zona! Da qui, se avete fretta, potete saltare direttamente su una jeep che vi riporti a Pokhara (45$), oppure fermarvi una notte e quindi proseguire verso nuovi orizzonti, tra cui Pothana, Ghandruk o Jhinudanda (vedi post sull’ABC)

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Il mio itinerario e qualche fatto generale

Nel decidere quali sarebbero state le tappe del mio itinerario un ruolo importante l’ha svolto, non soltanto la questione acclimatamento, ma di certo anche il meteo: soleggiato e limpidissimo dal calar del sole fino al primissimo pomeriggio, umido e nuvoloso durante il resto della giornata. Di seguito e per ogni tratta vi spiego quindi la motivazione principale che mi ha fatto propendere per una o per l’altra località, il nome delle tea house in cui sono stata e la spesa giornaliera per vitto e alloggio.

Giorno 1: da Pokhara a Pothana – Motivazione: acclimatamento e mancanza di alloggio presso Pitam Deurali. – See You Lodge – 1.670 rupie in stanza singola e doccia.

Giorno 2: da Pothana al Low Camp – Motivazione: evitare di prendere troppo freddo rimanendo fermi al Forest Camp già da dopo pranzo e raggiungere un punto più alto che ci avrebbe permesso quindi di accorciare la giornata successiva, garantendoci di camminare in cresta in condizini di piena visibilità. – Hotel Laligurans – 1.530 rupie in stanza singola, no doccia.

Giorno 3: dal Low Camp all’High Camp – Motivazione: acclimatamento. Avere una mezza giornata intera di riposo è l’ideale per preparare il corpo alla salita del giorno successivo. – Hotel Trekkers Home – 1.810 rupie in stanza tripla, no doccia. Il cibo qua è davvero spettacolare e in più ho bevuto il ginger lemon tea più buono di tutto il mio soggiorno!

Mardi Himal

Potato Rosty with cheese and egg – 500 rupie

Giorno 4: salita all’Upper View Point e discesa fino al Rest Camp – Motivazione: evitare di buttare via mezza giornata dispersi tra le nuvole e al freddo dell’High Camp. Ripartendo al mattino subito dopo la colazione abbiamo di nuovo camminato in discesa lungo la cresta in condizioni di piena visibilità. – Rest Camp Guest House – 1.180 rupie in stanza singola, no doccia e no pranzo.

Giorno 5: dal Rest Camp a Landruk – Motivazione: proseguimento da lì verso L’ABC. – Captain Laligurans – 2.110 rupie in stanza singola, si doccia e 1 birra Everest (550 rupie).

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Fatto n.1: su ogni cartello, menù, mappa o guida che sia, è molto probabile che incontrerete altezze diverse che riguardano le stesse località; che dire, non sarò di certo io a definire quale sia quella giusta ma, per quel che riguarda il mio articolo, ho preferito utilizzare quelle riportate sui menù delle tea house.

Fatto n.2: all’interno delle tea house lungo questo percorso si usano ancora le stufe a legna per il riscaldamento delle sale da pranzo. Nonostante le sistemazioni siano ancora leggermente più spartane rispetto a quelle dei circuiti più famosi, i proprietari dei lodge si stanno adoperando per promuovere questo nuovo circuito e si prevedono rapidi miglioramenti già nel prossimo futuro.

Nepal: trekking al Campo Base dell’Annapurna (A.B.C.)

Nepal: trekking al Campo Base dell’Annapurna (A.B.C.) 1024 682 Sonia Sgarella

A sud dell’Annapurna I, la decima montagna più alta del pianeta, nel cuore pulsante di un anfiteatro di vette stupefacenti chiamato il “Santuario”, ad est della profonda gola del fiume Kali Gandaki e alla fine della lunga valle del Modi Khola, è lì che si trova, ad un’altezza di 4.130 metri, uno tra i campi base più famosi di tutto l’ Himalaya, punto di partenza per le avventure alpinistiche estreme oppure, comunemente parlando, obiettivo finale di tutti quei trekkers che vogliono vivere un’esperienza indimenticabile a stretto contatto con la natura. Ebbene adesso che ci sono stata, vi posso confermare quello che fino all’anno scorso avevo solo sentito dire, ovvero che quello al Campo Base dell’Annapurna è uno tra i trekking più belli del mondo! Eccomi qua allora a raccontarvi la mia esperienza, per darvi dritte e informazioni a volte difficili da reperire se non in loco.

Annapurna Base Camp

In poche parole ragazzi si tratta di uno spettacolo da mettere i brividi e non sto parlando di brividi da freddo, no, qui la storia si fa molto più intensa: avete faticato, avete sudato lungo tutto il percorso, avete forse anche smadonnato più volte chiedendovi chi per dio ve l’abbia fatto fare di mettervi in cammino. Adesso però siete lì, e tutto quello che vi circonda è talmente incredibile da non sembrarvi vero, quasi come un miraggio, un fotomontaggio. Siete la vostra stessa soddisfazione fatta a persona, immersi in una natura quasi surreale, voi, piccoli scalatori di fronte a dei giganti di roccia e ghiaccio che da lì si innalzano per altri 3/4.000 metri davanti ai vostri occhi, il doppio rispetto a quanto avete camminato finora; 360 gradi di bellezza millenaria, è la terra che respira, è vita allo stato puro. È qui dove ci si rende conto di che cosa voglia dire esattamente “la fatica non è mai sprecata: soffri ma sogni”!

Annapurna Base Camp

Montagne belle, grandi e…pericolose! È da lì, dal Campo Base dell’Annapurna che partono – di solito in primavera – alcune delle spedizioni di ascesa alla vetta numero I, la più alta tra quelle del Santuario, a 8.091 metri. Vette che rapiscono i sogni di centinaia di alpinisti, strappando loro a volte anche la vita, rilasciando storie, miti e misteri, primo tra tutti quello di Anatolij Bukreev, uno dei protagonisti dell’ appassionante film intitolato “Everest”. Sfide epiche tra uomo e natura, con esiti mai scontati, e tu sei lì, nel silenzio di quell’inquietante meraviglia interrotta solo dal fragore dei crolli di neve, ghiaccio e pietra, che pensi a come sia possibile farcela, a che freddo incredibile si possa provare lassù, alla forza di spirito che deve avere chi realmente mette a rischio la propria vita per raggiungere un sogno sul tetto del mondo.

“Mountains are not Stadiums where I satisfy my ambition to achieve, they are the cathedrals where I practice my religion.” – Anatolij Bukreev

Il mio trekking al Campo Base dell’Annapurna è stato parte di un itinerario di 14 giorni che per comodità e facilità di lettura dividerò in 3 articoli: questo che state leggendo, uno che riguarda il Mardi Himal e uno per il Muldhai Trek. Approfitterò dell’occasione per darvi non solo consigli pratici riguardanti percorso e strutture, ma anche per fornirvi un aggiornamento relativo ai prezzi di vitto e alloggio. Questo, soprattutto per mettervi di fronte ad una questione che vedo attanagliare molti dei quali mi chiedono consigli a riguardo, ovvero: pacchetto tutto compreso o solo servizio guida? Ecco allora di seguito gli argomenti trattati:

1.Quando andare

2.Il percorso – nozioni generali

  • Vie d’accesso
  • “Nepali flat: a little bit up, a little bit down”
  • Cosa portare
  • I lodge
  • Il mangiare

3.L’itinerario

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1.Quando andare

Il trekking al Campo Base dell’Annapurna potrebbe essere effettuato durante tutto l’anno ma in particolare i mesi che vanno da giugno a settembre non sono raccomandabili per via del monsone e delle nuvole che riducono la visibilità. Durante i mesi primaverili il rischio di valanghe obbliga ad alcune deviazioni lungo il percorso ma questo non dovrebbe creare particolari disagi quanto invece le nevicate durante i mesi invernali. La stagione migliore – e questo è valido per quasi tutti i trekking in Nepal – è quella che va da ottobre a dicembre nonostante durante quest’ultimo mese le temperature in quota potrebbero già essere particolarmente rigide.

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2.Il percorso-nozioni generali

Vie d’accesso

Il sentiero principale che si estende in direzione del Campo Base dell’Annapurna ha inizio a Chomrong, uno degli agglomerati di lodge – nonchè villaggio – più grandi di tutta la zona e al quale è possibile giungere da ben tre direzioni: via Landruk, Ghandruk oppure Tadapani.

Se il vostro punto di partenza è la città di Pokhara, la prima opzione è sicuramente la più consigliata, sia che decidiate di raggiungere Landruk direttamente in jeep, sia che partiate a piedi da Kande via Pothana, Deurali e Tolka.

Ghandruk, seppur apparentemente più vicino sulla mappa e anch’essa, come Kande, collegata a Pokhara da un servizio di autobus pubblico (che carica e scarica a Sewai), non costituisce però una via d’accesso privilegiata e questo sia per via del tragitto più lungo sia a causa dello scomodo saliscendi che è necessario affrontare per passare da un crinale all’altro – una dura prova per chi si accinge a cominciare un trekking di più giorni e vuole evitare dolori alle gambe già dal primo. Da qui potete decidere di passarci se in arrivo dal circuito di Poon Hill o dall’Annapurna Circuit ma, anche in questi casi, sarebbe più logico preferire la scorciatoia che da Tadapani, piega verso nord in direzione di Chuile, decisamente meno masochista, anche se non propriamente una passeggiata.

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“Nepali flat: a little bit up, a little bit down”

A proposito di passeggiate: non penso di raccontarvi un segreto dicendovi che l’Himalaya non è piatto giusto? Eppure sulle mappe spesso è difficile definire quanti saliscendi vi siano tra un punto e l’altro. Il fatto che sulla cartina la vostra destinazione si trovi a soli 400 metri di dislivello rispetto alla tappa precedente non significa necessariamente che la vostra giornata debba essere semplice: nel mezzo potreste trovarvi ad affrontare, per esempio, 500 metri di scalinata in discesa verso il letto di un fiume e di conseguenza, 900 metri di risalita per coprire la differenza. In Nepal si suole parlare di pianura (“Nepali flat”) in maniera sarcastica, riferendosi a quelle parti di percorso che non prevedono salite o discese particolarmente ripide (le cosiddette killing-up e killing-down) ma è pur sempre vero che si tratterà comunque di un continuo andare su è giù. “Nepali flat: a little bit up, a little bit down” – a Pokhara e Kathmandu vendono anche le magliette con questa frase emblematica!

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Cosa portare

L’equipaggiamento da portare con voi in generale è lo stesso utile per qualsiasi altro trekking in Nepal per cui vi suggerisco di fare riferimento all’articolo  Trekking in Nepal:tutto quello che c’è da sapere. Durante i mesi di ottobre e quelli primaverili meglio portarsi dietro un ombrellino e un poncho da utilizzare a seconda dell’occasione. Assicuratevi inoltre di avere con voi abbastanza strati per ripararvi dal freddo perché le temperature al Campo Base scendono facilmente sotto lo zero. Una volta arrivati fin lì passerete all’esterno abbastanza tempo, per esplorare la zona, per godervi alba, tramonto e stelle, e non vorreste dover rinunciare a questo o rischiare di ammalarvi solo per non esservi portati quelle poche centinaia di grammi in più che un piumino può pesare.

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I lodge

E’ importante sapere che lungo tutto il percorso verso il Campo Base dell’Annapurna non troverete nessuna struttura con all’interno una stufa. Il progetto di conservazione dell’area prevede infatti non solo il divieto di tagliare e bruciare legna a scopo riscaldamento ma anche la costruzione di nuovi lodge che non siano approvati dalla commissione. Sappiate inoltre che, soprattutto durante l’alta stagione, è possibile che siate costretti a dormire sui letti nella sala da pranzo o comunque a condividere la stanza con altri viaggiatori: questo perché, nonostante i proprietari dei lodge abbiano inserito quanti più posti letto possibili nelle stanze a disposizione, l’affluenza di trekkers (soprattutto durante il mese di ottobre) è talmente alta da non sempre riuscire ad accomodare tutti.

Viaggiare con una guida che conosce il territorio e i proprietari dei lodge in questo caso può essere molto d’aiuto in quanto solo lui avrà modo di contattarli in anticipo e prenotare quanto di meglio disponibile. Chi viaggia in maniera indipendente farà bene invece, non solo a munirsi di un sacco a pelo pesante (giusto in caso siano finite le coperte a disposizione) ma anche a non avventurarsi troppo in là con l’orario, cercando riparo quanto prima per accaparrarsi una stanza finché ancora disponibile. Al check post di Chomrong troverete un cartello ad indicarvi il numero dei lodge presenti in ogni destinazione (3 a Sinuwa, 5 a Bamboo, 3 a Dovan, 2 a Himalaya, 4 a Deurali, 5 all’ M.B.C. e 4 all’A.B.C.)

Sinuwa

L’affluenza di comitive numerose e gruppi organizzati purtroppo fa si che i gestori delle tea house debbano garantire prima a loro una sistemazione consona al prezzo pagato e questo a discapito del concetto di “chi prima arriva meglio si accomoda”. Seguono nella lista della priorità i viaggiatori individuali con guida al seguito e quindi i viaggiatori indipendenti. Questa, sarà bene dirlo, è una delle cose che rischia di creare incomprensioni se il discorso non è stato preventivamente chiarito dall’agenzia o dalla guida attraverso la quale si è prenotato. Ho visto per esempio una coppia dare fuori di matto per dover condividere la propri stanza da quattro con altre due persone. Ora, non vorrei fare la moralista, ma se state cercando una vacanza comoda e romantica evitate il trekking al Campo Base dell’Annapurna perché sarebbe ridicolo. La priorità in questo caso sta nel non dover lasciare nessuno a dormire per terra sotto le stelle!

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Il mangiare

Annapurna è una parola sanscrita che significa la “ricca di cibo” ed è associata nel pantheon infinito di divinità indiane alla Dea del Raccolto. Non è quindi un caso se alcuni trekking nella zona dell’Annapurna vengono definiti “the Apple Pie treks”: il cibo da queste parti è infatti superlativo!

Apple Pie

Nei menù che vengono proposti dai lodge troverete davvero di tutto, dal classico dal bhat, il piatto tipico nepalese, a pizza e maccheroni (o meglio, macaroni!). A partire dal villaggio di Sinuwa tuttavia non è più permesso il trasporto di carne e questo per via di antiche tradizioni che vogliono rispettare la sacralità dell’area. Recita un cartello che qualora non si rispettino queste istruzioni, i viaggiatori potrebbero essere vittima di incidenti personali e calamità naturali, un monito che evidentemente gli abitanti del posto ci tengono ad osservare.

“Dear honorable trekkers, we would like to request not to take chicken, pork and buffalo meat in this special management zone from Sinuwa to Annapurna Base Camp due to ancient beliefs, holy temple and natural secret mountains. If so, natural calamities and personal accident may occur. So we humbly request to follow such specified instructions. Thank you.”

Presso quasi tutte le tea house è possibile acquistare acqua purificata, bibite, birra, sigarette, snack di ogni tipo, carta igienica e anche assorbenti ma ovviamente i prezzi vanno aumentando proporzionalmente all’altezza. Non penso sia necessario dire che lungo il percorso non esistono possibilità né di prelevare né di cambiare valuta estera per cui dovrete partire da Pokhara con abbastanza rupie per potervi mantenere fino al vostro rientro. Leggete le prossime sezioni per farvi un’idea dei prezzi aggiornati al 2017.

Bamboo

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3.L’itineario

Pokhara – Pothana 

Come vi dicevo il mio trekking al Campo Base dell’Annapurna è stato parte di un percorso più lungo, 14 giorni in totale, cominciato con il Mardi Himal e terminato con il Muldhai Trek. Per raggiungere Chomrong non sono quindi partita direttamente da Pokhara ma questo poco cambia ai fini di quello che vi vorrei dire: Landruk, la più comoda via d’accesso al sentiero principale, è anche uno dei villaggi più belli di tutta la zona, ragione in più per volerci passare attraverso.

Il modo migliore per arrivarci, evitando l’infinita scalinata che da Phedi risale il versante della montagna fino a Dhampus, è quello di farsi lasciare da un taxi a Kande (1.770 metri – 1 h. da Pokhara – 2.000 rupie), raggiungere in circa 1,5 h. i 2.060 metri dell’Australian Camp, godersi la vista e da lì proseguire per altri 30 minuti fino a Pothana (1.990 metri), dove potrete quindi pranzare e volendo, passarci anche la prima notte. Il See You Lodge, dove avevo dormito già l’anno scorso, si è riconfermato anche quest’anno un’ottima opzione.

Australian Camp

Australian Camp e la mia rivincita-l’anno scorso non ero riuscita a vedere niente per via delle nuvole!

Se la visibilità è buona potete approfittare del pomeriggio libero per salire fino al View Point e da lì, incominciare a fantasticare su quello che vi aspetterà nei giorni seguenti. L’accesso al sentiero lo trovate esattamente all’angolo con il Check Post, dove è possibile recuperare mappe e info riguardanti i percorsi dell’Annapurna Conservation Area.

Pothana

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Pothana – Landruk

Da Pothana a Pitam Deurali(2.100 m.) sono solo 45 minuti di leggera salita. Il motivo per cui non è però consigliabile spingersi fin qua cercando rifugio per la prima notte, è che le uniche due tea house del villaggio si riempiono facilmente, essendo punto di passaggio di vari itinerari, tra cui anche quello del Mardi Himal. Da qui a Tolka(1.700 m.) il sentiero prosegue in discesa attraverso la foresta e quindi continua dolcemente verso Landruk(1.565 m.). In totale dovreste impiegarci circa 2,45h. Il primo impatto con Landruk già di per se è spettacolare, fosse anche solo per la vista perfetta che regala dell’Annapurna South e dell’Hiunchuli, ma la verità è che il villaggio vale la pena esplorarlo letteralmente da cima a fondo.

Landruk

Per il concetto che migliore è la cucina, migliore la sistemazione, ecco allora che a Landruk vi posso consigliare l’Ex Captain Laligurans, fondata appunto da un ex capitano dell’esercito Gorkha di cui troverete la foto all’interno della sala da pranzo. La posizione è probabilmente la migliore in assoluto e, se sarete fortunati, vi regalerà anche lo spettacolo di un magnifico tramonto. Doccia calda inclusa nel prezzo e prese della corrente in camera: questo è l’ultimo posto dove vi saranno garantiti tali servizi, mentre lungo il resto del percorso, se li vorrete, li dovrete cominciare a pagare.

Landruk

Questi primi due giorni di itinerario possono anche essere uniti a creare un’unica tappa da Pokhara a Landruk (6-7 ore) ma se avete tempo abbastanza perché non fare le cose più con calma? Un’opzione possibile è anche quella di prendere una jeep direttamente a Landruk, il cui costo dovrebbe aggirarsi intorno ai 45$.

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Landruk – Jhinudanda

Arrivati in fondo al villaggio di Landruk il sentiero si divide: uno gira verso sinistra, scende in direzione del fiume e poi prosegue verso Ghandruk; l’altro continua dritto verso Chomrong. Condividete pure un pensiero di compassione verso tutti quei trekkers che sono diretti a Ghandruk(1.940 m.), i quali dovranno prima precipitarsi giù in direzione del ponte che attraversa il Modi Khola, solo per poi riguadagnare tutta l’altezza persa – e anche oltre – risalendo una scalinata infinita. L’ho fatta l’anno scorso nel senso contrario (da Ghandruk a Landruk) e vi assicuro che è stata una bella mazzata!

Fortunatamente invece il sentiero verso Chomrong è meno faticoso e si snoda dolcemente tra i campi coltivati e il versante della collina fino a New Bridge(1.460 m.). Sulla ragione per cui questo ponte e l’agglomerato di tea house che si trova appena prima si chiamino “new”, bhe, bisogna fare di nuovo riferimento al sarcasmo dei nepalesi i quali, costretti a ricostruirlo ogni pochi anni a causa delle piene del fiume, hanno ben pensato di chiamarlo così. Da Landruk al ponte mettete in conto 1h. di tragitto, a cui dovrete aggiungere altri 2o min. di salita per arrivare al villaggio principale.

Annapurna Base Camp

Da qui si continua su per le scale, si attraversa il Kimrong Khola e quindi ancora più in alto fino ai lodge accoglienti di Jhinudanda(1.710 m.). In totale considerate circa 1,5h. A Jhinu ci si ferma solitamente sulla strada di ritorno dall’A.B.C. per rilassare i propri muscoli nelle piscine termali che si trovano a soli 20 minuti dal villaggio, sulle sponde del Modi Khola. Se però avete intenzione di godervi questo momento con poche altre persone e preferite l’idea che le vasche siano appena state pulite,  allora il consiglio è quello di fermarvi qui adesso, di sistemare i bagagli nelle stanze della Jhinu Guest House, di mangiare qualcosa al volo e quindi di prepararvi per il relax. Le piscine termali di Jhinu sono forse meno famose e anche più piccole di quelle di Tatopani ma meritano sicuramente di essere visitate e il fatto di arrivare appena dopo la pulizia mattutina, quando la maggior parte dei trekkers è ancora in cammino costituisce di certo un vantaggio da non sottovalutare. Portate con voi solo quello che vi serve per mettervi a mollo, un asciugamano, un paio di ciabatte, vestiti puliti di ricambio, sapone e shampoo (possibilmente biologici) per docciarvi utilizzando l’acqua calda di sorgente incanalata nei tubi a lato della vasca più a valle e 100 rupie per pagare il biglietto d’ingresso. E’ il vostro momento, godetevelo e dimenticatevi per un po’ dei 30 minuti in salita che dovrete percorrere per tornare alla guest house! 🙂

Jhinudanda

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Jhinudanda – Bamboo

La salita a gradini verso Chomrong(2.170 m.) è una delle cosiddette killing-up e per di più, dovesse esserci il sole che vi picchia in testa, vi sentirete come polli allo spiedo già allo stremo delle forze di prima mattina. Partite quanto prima, quando ancora il sole è debole, non ci pensate e fate conto di arrivare a Chomrong dopo circa 1,15h. Tirate un sospiro di sollievo, siete giunti nel villaggio più grande della zona, il vero punto d’accesso al trekking verso il Campo Base dell’Annapurna. Da qui fino al ponte sul Modi Khola il cammino è tutto in discesa. Semi di soia, piselli, patate, grano saraceno, cavolo, spinaci, miglio, piante di pomodori e verdure che da noi non esistono: è qui, dove sui terrazzamenti si coltiva di tutto, che si intende bene il significato della parola Annapurna, la “ricca di cibo”.

Chomrong

L’avete però ormai capito anche voi che dopo una discesa verso il fiume c’è sempre una salita da spezzare il fiato vero? Ebbene preparatevi perché da qui sono circa 3o minuti fino alla Sherpa Guest House di Bhanuwa(2.070 m.) e altri 50 minuti circa in impennata per raggiungere i lodge di Sinuwa(2.340 m.) che si trovano arroccati su un piccolo passo. Arrivando da Jhinu è probabile che all’altezza di Bhanuwa starete già morendo di fame ma se ce la fate potete anche continuare fino a Sinuwa. Da qui guardate indietro verso Chomrong e complimentatevi con voi stessi per tutto quello che avete fatto fin’ora!

Di fronte a voi, su per la valle, si intravedono invece in lontananza le tea house di Dovan e anche di Deurali mentre Bamboo, che prende il nome dalla pianta alta anche 10 metri diffusa lungo tutto il percorso, rimane nascosto dietro al primo crinale. Da Sinuwa il sentiero si snoda per circa 1h. in maniera più dolce lungo il versante della montagna per poi scendere con una scalinata di 30 minuti verso l’agglomerato dei lodge di Bamboo(2.310 m.). La didi (“sorella” – così ci si rivolge alle donne più adulte) del Bamboo Lodge cucina da dio, ragion per cui – unita alla sua simpatia- vale sicuramente la pena di fermarsi da lei!

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Bamboo – Deurali

Da Bamboo al villaggio successivo si tratta di soli 45 minuti di cammino all’ombra degli alberi: un sentiero piacevole, che si estende nel cosiddetto stile Nepali flat fino ai tre lodge potenzialmente soleggiati di Dovan(2.500 m.). Da qui il percorso riprende in salita fino ad un tempietto, da cui poi si prosegue verso Himalaya(2.820 m.). Da Dovan ad Himalaya ci si impiega mediamente 1,5h.

Dopo Himalaya la foresta incomincia a farsi meno densa e il terreno sempre più alpino: oltre che ad attraversare una frana staccatasi negli anni passati, il sentiero vi condurrà fino al lato di un’imponente grotta conosciuta con il nome di Hinku Cave, che era il luogo di riparo dei porter che trasportavano il materiale per le spedizioni alpinistiche da e per il Campo Base. Dopo circa 1,5h. di cammino da Himalaya ecco che arriverete quindi al piccolo agglomerato di lodge chiamato Deurali.

Deurali

Avendo superato la soglia di acclimatamento stabilita in 2.800 metri per tutte le persone che vivono al livello del mare, è importante che da questo momento in poi cerchiate di tenere sotto osservazione il vostro stato di salute, curando tra le altre cose la questione alimentare. A tal proposito, se non lo avete ancora fatto, vi consiglio la lettura dell’articolo L’ABC del trekking in Nepal: semplici regole per stare bene.

Deurali

A Deurali ci sono 4 lodge e, sempre utilizzando come criterio di scelta l’aspetto culinario, vi posso dire che al Dream Lodge non si mangia per niente male. Ora, ovviamente io non è che abbia provato la cucina di tutti i lodge della valle per poter definire se uno sia realmente meglio dell’altro – a dir la verità sono quasi sicura che si mangi bene un po’ d’apertutto – ma viaggiando insieme ad una guida che ci tiene in modo particolare a questo aspetto (e che sarà passata da quelle parti almeno un centinaio di volte), penso di potermi fidare sempre ciecamente della sua opinione. Questo a volte purtroppo va a discapito della qualità della struttura nel suo complesso – in questo caso per esempio un po’ più vecchiotta rispetto alla vicina Shangrila Guest House – ma infondo che differenza fa? Lo stomaco in queste situazioni vuole la sua parte molto più dell’occhio!

Deurali

Da qui, se le nuvole lo permettono, si può godere di un magnifico tramonto verso valle mentre, salendo un po’ più a monte, all’altezza dell’ultimo lodge, potrete cominciare a studiare il percorso del giorno successivo semplicemente seguendo il corso del Modi Khola. Attenzione, siete sotto osservazione di un grande Buddha che vi guarda dall’alto della montagna! L’avete trovato?

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Deurali – ABC

La parte di sentiero che si estende da Deurali all’ M.B.C. (“Machhapuchhare Base Camp” – 3.700 m.) seguendo il corso del fiume Modi Khola, è una zona a rischio valanghe. Durante i mesi primaverili è richiesto ai trekkers di utilizzare il percorso alternativo che risale l’altra sponda del fiume, più lontano dalle pareti a picco che si alzano invece in maniera verticale sul percorso ordinario. Per questo motivo e per poter approfittare della più probabile visibilità mattutina una volta raggiunti i due campi base più alti, è consigliabile mobilitarsi sul presto, se possibile non dopo le 8.

Modi Khola

Durante il mio trekking la questione metereologica è rimasta una costante: zero pioggia, cielo incredibilmente limpido dal calar del sole fino al primissimo pomeriggio, momento in cui le nuvole e la nebbia, già risalita la valle, coprivano il tutto e rendevano impossibile la vista delle montagne.

M.B.C.

Da Deurali all’ M.B.C. considerate 1.5h. più un’altro paio d’ore per risalire lentamente la valle fino all’A.B.C (“Annapurna Base Camp” – 4.130 m.). In tanti sono quelli che decidono di pernottare all’M.B.C. (3.700 m.) per evitare problemi di mal di montagna e su questo non c’è niente di male: la visita al Campo Base dell’Annapurna può essere tranquillamente gestita come un’escursione in giornata, pomeridiana – tempo permettendo – oppure al mattino presto, prima di riprendere la strada in discesa. A meno che non stiate già male per l’altezza o non abbiate organizzato altrimenti comunque valutate anche la possibilità di dormire direttamente al Campo Base.

Annapurna Base Camp

Dormire lì significa avere quasi 24 ore di tempo a disposizione per poter godere di tutti i cambiamenti di luce, di alba, di tramonto, delle stelle, del silenzio e dei rumori del ghiacciaio. I 5 lodge dell’A.B.C si trovano quasi al bordo di un’immensa morena glaciale da cui la vista è seriamente impressionante!

Annapurna Base Camp

Di fronte a voi la parete infinita dell’Annapurna I, la regina del Santuario, ma tutt’intorno anche gli altri picchi non sono da meno e gareggiano tra di loro per bellezza: il Machhapuchhare, l’Annapurna South, l’Hiunchuli (6.441 m.), il Tent (5.695 m.) e il Fluted Peak (6.501 m.) che possono essere scalati con dei permessi speciali, l’Annapurna III…il paesaggio è surreale!

Annapurna South

Tra queste montagne e un po’ più in alto rispetto al campo ecco poi i memoriali di coloro che con la montagna sono diventati un tutt’uno, alpinisti che qui hanno perso la vita perseguendo i loro “folli” obiettivi.

Era per esempio il 25 dicembre del 1997 quando il kazako Anatolij Bukreev e l’italiano Simone Moro vennero travolti da una valanga tentando la scalata invernale dell’Annapurna I. Simone miracolosamente sopravvisse alla tragedia e riguardo a quell’impresa scrisse il libro “Cometa sull’Annapurna” che vi consiglio vivamente; Anatolij e Dimitri – il loro cameraman – invece purtroppo morirono e i loro corpi mai ritrovati. Storie che hanno bisogno di tempo per essere commemorare lì dove sono successe e anche per questo quindi la necessità di soffermarsi più a lungo in questo luogo.

Annapurna Base Camp

All’Annapurna Base Camp le temperature di notte scendono parecchio tanto che al mattino è facile che troverete l’acqua del rubinetto ghiacciata. Copritevi con tutto quello che avete a disposizione e godetevi l’atmosfera più tiepida che si crea all’interno delle sale da pranzo. L’Annapurna Guest House è stata la nostra scelta: ottima la pizza!

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ABC – Bamboo

In questo caso la sveglia non potrà che essere prima dell’alba. Lo so, uscire dal calduccio del sacco a pelo non è mai cosa piacevole a queste temperature ma non vorrete mica perdervi lo spettacolo delle prime luci del sole che incendiano di arancione le pareti dell’Annapurna vero? Rimettetevi addosso di nuovo tutti gli strati di cui siete muniti, ordinate in cucina una bevanda calda e rimanete lì fuori ad aspettare!

Annapurna Base Camp

Ne valeva la pena giusto?? Dopo la colazione potete a questo punto rimettervi in cammino verso valle e vedete voi fin dove riuscite ad arrivare. Io ci ho messo 6 ore (compresa la pausa pranzo ad Himalaya) per tornare a Bamboo e lì passare la notte di nuovo al Bamboo Lodge.

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Bamboo – Chomrong

La giornata in questione è abbastanza faticosa: non so se vi ricordate infatti di tutte le discese lungo il percorso da Chomrong a Bamboo; bene, quelle discese oggi ve le ritroverete come devastanti salite, per cominciare con quella che vi risveglierà i muscoli da Bamboo a Sinuwa (1h15) e terminare con la famigerata killing-up che dal fiume vi riporterà a Chomrong.

Arrivati a Chomrong potete decidere se continuare in dicesa verso Jhinudanda, godervi le hot springs e quindi il giorno dopo rientrare a Pokhara, oppure fermarvi qui e rimandare qualsiasi altro spostamento al giorno seguente. Io, essendo già passata da Jhinudanda e dovendo proseguire il mio itinerario verso est mi sono fermata lì e ho soggiornato alla Elysium Guest House. Arrivare presto vi darà il tempo di farvi una bella doccia calda, eventuale lavanderia (hanno pure la lavatrice!) e di godervi il resto della giornata cazzeggiando per il paesello.

Chomrong

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Per consultare il calendario delle mie prossime partenze di gruppo clicca qui!!!

Se invece preferisci organizzarti da te leggi l’articolo Trekking in Nepal: tutto quello che c’è da sapere

L’ABC del trekking in Nepal: semplici regole per stare bene

L’ABC del trekking in Nepal: semplici regole per stare bene 1024 576 Sonia Sgarella

Se siete capitati su questa pagina cercando informazioni riguardanti il trekking al Campo Base dell’Annapurna (A.B.C.) beh dai, in fondo non siete caduti poi così male. I consigli che trovate qua sotto sono infatti di carattere generale e chiunque si appresti ad affrontare un trekking in Nepal dovrebbe farne tesoro. Pronti allora?

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A come Acclimatamento

…perché sapete qual’è la prima cosa che può creare gravi problemi in alta montagna? La fretta! Sette, otto, nove giorni: un itinerario non dovrebbe essere misurato sulla base delle ore impiegate a percorrere una distanza, non si tratta di una gara contro il tempo bensì di un godersi la natura cercando di arrivare a destinazione nelle stesse condizioni ottimali in cui si è partiti, e questo per poter godere appieno dello spettacolo che ci circonda.

Sembra un’esagerazione ma – come dice anche la Lonely Planet – “a volte la differenza tra l’essere portati via da un elicottero e terminare felicemente un trekking, non è altro che un giorno in più di riposo”. Se non si hanno abbastanza giorni per poter affrontare un trekking ad alte quote – contandone anche un paio di emergenza – il consiglio è piuttosto quello di lasciar perdere o di scegliere un itinerario più corto. Tranquilli, in Nepal ce ne sono a decine e sono tutti meravigliosi!

Un concetto fondamentale per chi vuole affrontare un trekking oltre i 2.800 metri (la cosiddetta “linea di acclimatamento” per la maggior parte delle persone che vivono al livello del mare) è quello di non voler strafare anche quando sembra che il fisico ce lo consenta. I sintomi del mal di montagna sono spesso ritardati da 6 a 24 ore rispetto al momento in cui si supera la linea di acclimatamento – che aumenta mano a mano che il corpo si abitua – e se siete saliti troppo in fretta potreste accorgervene quando ormai siete già troppo in alto.

In questo ognuno è diverso dall’altro e, a meno che non siate già stati ad altezze simili, è difficile predire come potrebbe reagire il vostro organismo; se invece sapete già di esserne inclini, a maggior ragione dovrete adeguare il vostro ritmo al processo di acclimatamento, oppure assumere dei farmaci (Diamox) per prevenirne l’insorgere. Tenete presente che in linea di massima si consiglia di non dormire a più di 500/700 metri rispetto a dove si è dormito la notte precedente…

Alternare allo sforzo momenti di meritato riposo è molto importante e questo per lasciare al corpo il tempo di adattarsi alla diversa ossigenazione, dovuta alla diminuita pressione atmosferica in quota. Riposare, che però non significa dormire: terminata una giornata di trekking intenso, evitate di addormentarvi subito; date invece tempo al corpo di rimettersi in equilibrio lentamente, svolgendo per esempio qualche attività leggera, come una passeggiata nei dintorni del campo.

I problemi ad gni modo non sono sempre e solo legati alla fretta nel salire: bisogna ricordare infatti che la discesa spesso mette a dura prova più dell’ascesa e che il voler concentrare in 5 giorni, per esempio, quello che di solito si suggerisce di fare in 7, non è comunque una buona idea, neanche se questo significa unire due tappe massacranti verso valle.

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B come Benessere

… che parte dai piedi e arriva alla testa. Piedi e ginocchia sono tra le parti del corpo di cui bisogna avere più cura ma non sono le sole: una testa libera da pensieri, positiva e motivata è infatti il nostro motore per eccellenza, colei che riesce a portarci avanti anche lì dove gambe e schiena ci chiederebbero di rallentare o addirittura di fermarci e tornare indietro.

Questo non vuol dire che con la positività si possano evitare le vesciche – che è necessario tenere costantemente sotto controllo e se possibile prevenire con una scorta abbondante di garze e cerotti – ma certamente che neanche lamentandosi della fatica si riesca a migliorare la propria condizione o quella degli altri che ci stanno intorno. Tutti – e dico tutti – fanno fatica in montagna, fa parte del pacchetto: il segreto del successo sta nel mantenere alto lo spirito!

Per affrontare le lunghe salite, se volete un consiglio, fatelo cercando di non guardare mai oltre la punta delle vostre scarpe o poco più in là ed entrerete così in una sorta di camminata meditativa. Concentratevi solo sul dove mettere i piedi, passo dopo passo, andate lentamente cercando di non far aumentare troppo il respiro o i battiti cardiaci e vedrete che in men che non si dica sarete già arrivati!

Annapurna Base Camp

Ma tornando al discorso del benessere puramente fisico: anche la schiena vuole la sua parte e in questo, sia il tipo di zaino che vi portate dietro, sia il modo di prepararlo sono fattori determinanti. Innanzitutto cercate di sistemare le cose pesanti in fondo e più vicino alla schiena, mentre quelle più leggere in alto e verso il fronte; evitate pesi penzolanti all’esterno che potrebbero sbilanciarvi o infastidirvi e calibrate bene la posizione di tutto quello che avete posto al suo interno – perché uno zaino che vi pesa su una spalla piuttosto che sull’altra potrebbe causarvi dolori non indifferenti; fate in modo inoltre che lo zaino si sviluppi in altezza piuttosto che in larghezza – aiutandovi per questo con eventuali cinghie contenitive – e badate bene a non caricare la tasca superiore con troppi oggetti piccoli ma pesanti.

E poi continuando, vogliamo parlare dello stomaco e di quanto sia importante seguire una dieta equilibrata per l’altezza e per il tipo di attività che si sta svolgendo?

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C come Cibo! 

Da quelle parti lo sanno, per esempio, quanto l’aglio faccia bene per prevenire il mal di montagna e allora ecco che ve lo troverete, volenti o nolenti, come ingrediente base della vostra alimentazione. Mangiare lentamente e alzarsi da tavola con ancora un po’ di fame – soprattutto la sera – non solo dicono aiuti a vivere più a lungo, ma in situazioni di questo tipo, quando la digestione avviene in maniera più lenta, favorisce lo stomaco nel mantenersi regolare.

Scegliere bene cosa mangiare in base all’attività che si deve affrontare è di grande utilità: carboidrati, per esempio, prima di una salita durante il giorno, una zuppa e poco altro alla sera se fa molto freddo e si ha intenzione di andare a dormire subito dopo. Anche in questo caso comunque ogni persona è fatta a modo suo e, seppur fortunatamente il nostro corpo si adatti spesso molto meglio nella pratica che non nella teoria, non sta di certo a me definire il vostro livello di sazietà. Sarete invece voi stessi a dovervi porre dei limiti.

Provate comunque a chiedere ai nepalesi qual’è il piatto perfetto per affrontare una giornata in montagna ed è sicuro che vi risponderanno con due semplici parole:

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D come Dal Bhat!

Ammetto di non essere una grande mangiatrice di questo piatto tradizionale perché non amo mischiare troppi sapori speziati ma trovo che il concetto alla base della sua ricetta sia ottimo anche per altre ricette: riso (bhat) innanzitutto, per il giusto apporto di carboidrati, lenticchie (dal) – o altri legumi – per il valore nutrizionale proteico, verdure (takari), perché ricche di fibre.

Veg Curry - Nepali Food

Se so di dover affrontare una salita impegnativa dopo pranzo il mio piatto preferito è per esempio il veg curry with rice mentre alla sera preferisco variare a seconda dell’altezza e delle temperature.

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E come Eventualmente

… se tutte queste precauzioni non dovessero essere abbastanza e cominciaste ad avvertire i primi sintomi del mal di montagna (AMS, “Acute Mountain Sickness”) – dolore di testa, nausea, inappetenza, mancanza di fiato anche a riposo, spossatezza, tosse secca – o diarrea, sarà bene allora che vi prepariate a riflettere sul da farsi.

La principale cura del Mal di montagna è non proseguire la salita e scendere di quota se i sintomi persistono. In genere dovrebbero bastare anche meno di 300 metri ma le casistiche possono essere varie e alcune trasformarsi anche in patologie più gravi (HACE o HAPE). Per quanto riguarda invece le infezioni batteriche sarà necessario ricorrere ad un antibiotico.

Se state viaggiando con una guida capace è molto probabile che abbia lei con sé tutti i medicinali necessari in caso di emergenza; se invece viaggiate da soli informatevi bene sul cosa sia utile portarsi dietro prima di partire. Un viaggiatore responsabile che ci tenga alla propria salute deve capire comunque che a volte è necessario rinunciare ai propri obiettivi se la situazione si mette male. Di conseguenza – e con questo concludo…

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F come Fermatevi!

Condizioni di salute in bilico, vesciche trascurate o infette e situazione meteorologica avversa sono tutte motivazioni che dovrebbero mettervi in guardia. A volte si tratta solo di dover aspettare uno o più giorni prima di poter ripartire, altre invece bisogna saper guardare in faccia alla realtà e costringersi a fare marcia indietro. Siate sempre prudenti e ricordatevi che con le montagne non si scherza affatto!

Volcán Acatenango, missione possibile!

Volcán Acatenango, missione possibile! 1024 682 Sonia Sgarella

Eravamo seduti intorno al fuoco raccontandoci storie di viaggi e di vita quando improvvisamente BOOOOM, un’esplosione maestosa, lava incandescente, cenere e lapilli sputati fuori dal cono perfetto del vulcano che avevamo di fronte agli occhi. Per un momento mi sono sentita come seduta in poltronissima davanti alle immagini impeccabili di un documentario della National Geographic ma no, quella era la realtà: in una notte limpida di luna piena, la notte del mio compleanno, questo era il regalo che ricevevo dal Vulcan Fuego, una serie di eruzioni continue, uno spettacolo indescrivibile, da non credere ai propri occhi. 

Acatenango

Agua, Acatenango e Fuego sono i tre vulcani che incorniciano la città di Antigua, affascinanti quanto temibili anche se di questi ormai solo l’ultimo risulta ancora attivo, e non poco direi: in effetti le sue eruzioni – che continuano da secoli – sono tra le più violente e impressionanti registrate in tutta l’America Centrale. Il Volcan Fuego raggiunge un’altezza di 3763 metri e condivide lo stesso massiccio vulcanico con il Volcan Acatenango, il suo fratellone più alto (3.976 m.) ma inattivo, tanto che inizialmente gli spagnoli si riferivano ad essi come “los volcanes de Fuego” senza alcuna distinzione tra i due.

Acatenango

Vista sul Volcan de Agua

Scalare il Volcan Acatenango è ciò che vi permetterà di raggiungere una posizione ottimale per assistere agli spettacoli del Volcan Fuego che, seppur non sempre garantiti, sono talmente frequenti da darvi almeno una speranza che la vostra fatica non vada sprecata. E’ fondamentale però che guardiate le previsioni del tempo prima di lanciarvi in una missione del genere perché, seppur è vero che a quelle altezze le condizioni possono cambiare in maniera repentina e senza preavviso, partire sapendo già che sarà un disastro non è certo la decisione più saggia da prendere.

Quando dico disastro credetemi, la situazione a oltre 3.000 metri può farsi davvero complicata, se non addirittura pericolosa in caso di pioggia o di condizioni atmosferiche avverse per cui è importante affidarsi a qualcuno, un’agenzia o un contatto diretto, che vi garantisca innanzitutto sicurezza, sia in termini di professionalità delle guide sia in termini di equipaggiamento fornito. Non è un caso che vi parli di guide al plurale: per una salita così impegnativa è fondamentale, per gruppi di oltre sei persone, che le guide siano due, una ad aprire e l’altra a chiudere il gruppo, onde evitare che chi è più lento venga lasciato indietro da solo. Oltre a questo è importante che le tende siano in ottime condizioni, resistenti all’acqua e che il sacco a pelo vada bene per le temperature invernali.

Acatenango

La nostra tenda, la luna piena e il Volcan de Agua

Lo so, è sempre difficile definire di quale agenzia sia meglio fidarsi – soprattutto quando in una città come Antigua ce ne sono a decine – ma proprio per questo vi passo il mio contatto, quello di Guilmer, colui che oltre a garantirvi un servizio impeccabile, farà si che il vostro contributo finisca direttamente reinvestito in opere comunitarie nel villaggio di La Soledad, a pochi passi dal vulcano. Lo potete contattare al numero (+502)-41692292 oppure inviargli una mail all’indirizzo sologui5630@gmail.com. Il team di guide locali che lo aiutano in questo progetto è davvero eccezionale. “Non c’è fretta”, questo è il primo punto quando si ha a che fare con loro: la partenza da Antigua è fissata alle 7, due ore prima rispetto alla maggior parte degli altri operatori, per permettere a chiunque di salire con calma, prendendosi i propri tempi e gestendosi le proprie pause. In nessun caso vi faranno mai sentire in difetto per rallentare la marcia del gruppo ma anzi, cercheranno in ogni modo di esservi da supporto fino anche a liberarvi dal peso del vostro zaino per alcuni tratti.

Acatenango

Volete sapere cos’è quella melma marrone? Che domande…ovviamente frijoles!

All’interno dello zaino dovrete portare tutto l’abbigliamento necessario per il freddo, incluso cappello e guanti, la vostra razione di cibo per pranzo e colazione (che vi verrà consegnata da Guilmer), sacco a pelo, materassino e una porzione della tenda che verrà divisa tra i vari partecipanti. Sappiate che è possibile contrattare con Guilmer la presenza di un mocilero (100 Quetzales solo andata) che porti il bagaglio per voi ma è meglio che glielo diciate al momento della prenotazione perché si organizzi. Io il mio me lo sono portata da sola – una sorta di sfida contro me stessa – e, con grande fatica ma anche immensa soddisfazione sono riuscita ad arrivare alla fine senza mai, neanche una volta chiedere aiuto!:-)

Il tour di due giorni e una notte prevede una salita continua di circa 6/7 ore fino alle terrazze per l’accampamento da cui, il giorno dopo, si partirà per raggiungere la cima del vulcano con altre due ore di cammino. Scontato dire che non sia facile, probabilmente vi avranno già terrorizzato con i discorsi di quanto sia stremante la salita e di quanto freddo faccia lassù ma fatto sta che non è impossibile. Ci saranno momenti in cui davvero penserete di morire, di non potercela fare, vi verrà forse da piangere ma sappiate che è proprio in quelle situazioni che dovrete tirare fuori le palle e convincere la mente a tornare dalla vostra parte.

E’ una cosa rara poter vedere l’eruzione di un vulcano all’altezza degli occhi e questo in Guatemala si può fare. Noi eravamo lì, sul versante di un vulcano a guardare un’altro vulcano che eruttava. Sì, è vero, è faticoso e fa freddo ma ne vale veramente la pena!

Acatenango

Aspettando il sorgere del sole dietro al Volcan de Agua

Detto questo ragazzi, prima di cominciare la salita vi verrà offerto un aiuto al prezzo di soli 5 Quetzales: lo chiamano “bastone” ma credetemi è molto più di quello e sfido chiunque a contraddire questa affermazione una volta rientrati dal tour! Prendetelo e fatene tesoro, sarà il vostro compagno più fedele, quello su cui potrete contare nei momenti più difficili e che vi sosterrà – letteralmente – ogni volta che sarete a rischio caduta.

Il costo dell’escursione con Guilmer è di 300 Q. + 50 Q. per il biglietto d’ingresso all’area. Ad Antigua troverete sicuramente anche prezzi inferiori ma credetemi, Guilmer sa di cosa sta parlando quando dice Acatenango e saprà garantirvi un ottimo servizio che comprende ovviamente anche la qualità del cibo: altro che panini e noodles istantanei, qua si parla di primo, secondo e cioccolata calda fatta con il cioccolato vero!

Quetzaltrekkers: camminare per una buona causa

Quetzaltrekkers: camminare per una buona causa 1024 676 Sonia Sgarella

Ok, prima di cominciare sarà forse meglio chiarire un concetto: potete anche passare due ore a cercare di individuare la parola “Xela” su una mappa geografica del Guatemala ma è quasi sicuro che non la troverete. Xela non è nient’altro che l’abbreviazione di Quetzaltenango ed è a questo nome che dovrete fare riferimento quando ne sentirete parlare.

La prima volta che di sfuggita sentii discutere due persone riguardo a un trekking di sei giorni che partiva da Xela non avevo neanche idea di come fosse scritto il nome. Ascoltandone la pronuncia mi sembrava dicessero qualcosa come “Shella” ma mai avrei pensato che si scrivesse con la X. In quell’occasione purtroppo non trovai il tempo di approfondire l’argomento, stavo facendo un altro trekking di cinque giorni fino alle rovine di El Mirador e allora mi affidai alla sorte, sperando che alla fine avrei scoperto di cosa si trattasse.

Vi giuro che al mio ritorno dalla selva spesi due giorni cercando di capire a quale cavolo di posto si stessero riferendo ma non ne venivo a capo; ormai avevo passato in rassegna ogni singolo paese segnato sulla mappa e niente, quel posto non esisteva o forse si trattava di un paese talmente piccolo da non venire nemmeno menzionato.

Arrivò un bel giorno in cui però vidi un autobus che sul davanti recava scritto quel nome e, sentendo l’omino che urlava “Shella” per attirare i passanti, ebbi un’intuizione. Digitai la parola Xela su internet ed ecco che finalmente fu svelato il mistero: Xela = Quetzaltenango. Benedetta tecnologia!

Da lì a capire di quale trekking stessero parlando quelle due persone il passo fu breve: provate a inserire “Trekking Xela” sul motore di ricerca ed ecco che la prima pagina ad aprirsi sarà proprio quella dei Quetzaltrekkers. Ma vieeeeni! 🙂

Sulla loro pagina trovate scritto “Hike and Help” (“cammina e aiuta”). Si tratta infatti dell’unica associazione senza scopo di lucro in tutto il Guatemala che utilizza gli introiti guadagnati dai trekking per reinvestirli in progetti d’aiuto rivolti ai bambini di strada.

L’associazione nacque nel 1995 fondata da un guatemalteco e da oltre vent’anni contribuisce all’educazione di questi bambini prevenendo quindi lo sfruttamento del lavoro minorile. Oggi, insieme alle sue sorelle Quetzaltrekkers Nicaragua (con base a Leon) e Condortrekkers Bolivia (con base a Sucre), costituisce l’unica realtà di questo tipo completamente gestita da volontari.

Ho trovato che in Guatemala la parola “volontario” viene spesso abusata: volontario è chi per non pagarsi il soggiorno dà una mano lavorando negli ostelli oppure volontario è chi per non annoiarsi o sentirsi utile passa il suo tempo lavorando nei bar o nei ristoranti delle località turistiche. Nel caso dei Quetzaltrekkers la parola volontario torna ad acquisire il proprio significato originale trattandosi di persone – le guide dei trekking – che dedicano il loro tempo – e credetemi si fanno un gran culo – per apportare un beneficio alla comunità locale. Gli altri li definirei più che altro “fancazzisti”.

Con Quetzaltrekkers potete scegliere escursioni in giornata ma anche tour di due, tre e fino a sei giorni, il tutto per prezzi decisamente ragionevoli. Io – forse non avevate dubbi – ho scelto quello più lungo: non c’è come allontanarsi per più giorni dalle grandi città per scoprire davvero di che pasta sia fatto un paese, come vive la gente delle comunità rurali, lontano da ogni mezzo di comunicazione, immersi nella natura più selvaggia e incontaminata.

Quetzaltrekkers

Scuola all’aperto @ Chuatuj – giorno 3

Quetzaltrekkers

Nei pressi di Chortis – giorno 3

Quetzaltrekkers

Chiesa in mezzo al nulla nei pressi di Chortis – giorno 3

Quetzaltrekkers

Villaggio senza nome – giorno 4

Quetzaltrekkers

Don Jeronimo vestito con gli abiti tradizionali di Todos Santos

Il trekking vero e proprio prevede solo quattro giorni di cammino e due di trasferimento da Xela a Nebaj e da Todos Santos a Xela, entrambi paesi vivaci e ricchi di tradizioni (soprattutto Todos Santos). Non si tratta propriamente di una passeggiata ma di uno sforzo che ne varrà decisamente la pena: ogni fatica vi sarà ricompensata ampiamente e ogni giorno vi regalerà una grande esperienza da portarvi nel cuore.

Quetzaltrekkers

Un magico tramonto visto dal pueblo di Paujil País – Giorno 3

Quello che vi aspetta saranno notti a dormire per terra imbacuccati nel sacco a pelo per proteggervi dal freddo, sveglie alle 3 di notte e salite stremanti, fatica, tanta fatica ma anche e soprattutto splendidi paesaggi completamente diversi luno dall’altro, albe da urlo, pranzi al sacco immersi nella natura, cene in famiglia e temascal, insomma, tutto quello di buono e di meno buono che trasformerà la vostra esperienza in qualcosa di indimenticabile.

Quetzaltrekkers

Sopra le nuvole sull’altipiano – giorno 3

Quetzaltrekkers

Attraverso la foresta di ginepri – giorno 3

Quetzaltrekkers

Río Pericón – giorno 4

Quetzaltrekkers

Cerro La Torre @ 3.837 metri – giorno 5

Quetzaltrekkers

Pausa pranzo con vista – giorno 5

Non starò qui a raccontarvi di ciò che incontrerete lungo il percorso, dalle foto già ve ne potete fare una bella idea ma lasciate che vi dia un consiglio: non perdete troppo tempo a riflettere sul se, ma, forse questa cosa non fa per me. Nessuno di noi era particolarmente allenato, fatelo e basta. Prenotate il trekking e obbligatevi a partire: una volta in cammino non potrete fare altro che andare avanti ed è l’unico modo che avete per costringere sia il vostro corpo che la vostra mente a superare i propri limiti. Ne uscirete immensamente soddisfatti!

Tenete conto di dovervi portare uno zaino grande con tutto il necessario per dormire, ovvero sacco a pelo e materassino, più una scorta di cibo che copra pranzi e colazioni (che vi verrà fornita direttamente da Quetzaltrekkers e divisa tra tutti i partecipanti). Preparate l’equipaggiamento per il freddo perché le temperature di notte scendono fino a toccare quasi lo zero e perché durante il trekking raggiungerete i circa 3.900 metri d’altezza. Se avete con voi un sacco a pelo caldo e un materassino gonfiabile tanto meglio, altrimenti potrete prendere in prestito l’attrezzatura dall’associazione.

Tutti i dettagli riguardo ai trekking li trovate alla pagina www.quetzaltrekkers.com, incluso come fare a diventare una guida volontaria nel caso vi interessasse. “Hike and Help”: io l’ho fatto. A voi la scelta!

Quetzaltrekkers

Spedizione El Mirador: verso la culla della civiltà Maya

Spedizione El Mirador: verso la culla della civiltà Maya 1024 682 Sonia Sgarella

Credevano che fossero dei vulcani estinti da secoli e invece scoprirono che si trattava di piramidi immense, delle più grandi mai incontrate in tutta l’America Centrale. Come vi sembra come premessa, niente male vero?

A 120 chilometri dall’isola di Flores, in direzione nord verso il confine col Messico, che se ci fosse una strada asfaltata allora questa frase avrebbe più senso ma siccome non c’è la ricomincio.

A due ore e mezza di strada sterrata da Flores (quattro se in pullman) e a due giorni di cammino dal villaggio di Carmelita che di questa strada ne segna la fine, nell’angolo più remoto del distretto El Petén, ai confini con il Messico, sorgono le piramidi Maya più imponenti della storia, immerse nella natura vergine e incontaminata.

El Mirador

Vista dalla cima della piramide La Danta

Avete presente quando ci si sente un po’ come l’Indiana Jones di turno? Ecco, quelli eravamo noi: io, due cileni padre e figlio, una giovane guatemalteca che se avesse incontrato il suo professore – il quale le aveva suggerito di andarci per motivi di studio – probabilmente l’avrebbe ucciso, la nostra guida Eduardo, una persona eccezionale e la cavalleria, composta da Emma, la strabiliante cocinera ed Hector, l’aiutante tutto fare.

El Mirador

Eduardo, Emma e le tostadas più buone della mia vita!

Pensate ad una selva infinita che si estende a perdita d’occhio, immaginate di ritrovarvi di notte, sotto un tappeto di stelle, seduti sulla cima di una piramide colossale ed assistere, mano a mano che schiarisce, al risveglio della natura, con gli uccelli che cinguettano e le scimmie urlatrici che da ogni angolo emettono il loro verso, si parlano, comunicano tra di loro come se fossero voci provenienti dall’inferno.

Siamo nel bel mezzo della Cuenca del Mirador, una zona geografica di 2.169 km2 delimitata naturalmente da un sistema di montagne carsiche, a est, a sud e a ovest, mentre a nord dal confine con lo stato messicano di Campeche. All’interno dell’area alla quale ci si riferisce con l’appellativo di Regno Kan, che fu il primo stato politico organizzato del continente, esistono vari siti archeologici tra i quali quello conosciuto con il nome di El Mirador.

I primi rapporti formali del sito vennero pubblicati intorno agli anni Trenta del Novecento, quando una missione aerea dell’istituto Carnegie di Washington, avvistate delle formazioni collinari emergere dalla selva, definì che si dovesse trattare non di vulcani come si pensava in principio, ma di immense piramidi Maya. Nel 1962 venne realizzata una mappa dell’area e si misero in atto i primi scavi ma fu solo negli anni Ottanta che con il Progetto Archeologico Mirador si diede avvio a ricerche intensive, arrivando a stabilire che si trattava degli edifici più antichi mai incontrati in tutta l’America Centrale. Oggi gli scavi proseguono sotto la direzione dell’archeologo Richard Hansen che ormai da alcuni decenni dedica la sua vita a questo progetto, sognando quel futuro in cui il sito tornerà completamente alla luce, si permetterà un accesso più facile e sarà quindi fruibile da tutta l’umanità.

El Mirador, così denominato dai primi chicleros – gli estrattori di gomma che lavoravano in questa zona e che dall’alto di quelle piramidi osservavano la selva in cerca degli alberi giusti – si estende per poco più di 25 km2 e comprende vari complessi strutturali, la maggior parte dei quali costruiti sotto forma di piramidi triadiche, ovvero con tre cime poggianti su delle enormi piattaforme.

El Mirador

Un albero della gomma con i segni dei tagli per estrarne il liquido

La magnitudine di El Mirador è impressionante soprattutto se coscienti del fatto che quello già riportato alla luce non è altro che il 10% del totale presente. Il resto rimane ancora sepolto sotto i rami e le foglie di una fitta foresta vergine, quella della Biosfera Maya, la seconda riserva tropicale più grande d’America dopo quella Amazzonica.

El Mirador

Una piccola porzione degli scavi presso il complesso La Danta

Si parla di spedizione quando ci si riferisce a questo percorso che a seconda della stagione può risultare particolarmente difficoltoso: il caldo insopportabile, gli insetti fastidiosi, il fango fino alle ginocchia, sono tutti elementi che dovrebbero portarvi a prediligere la stagione secca per affrontare questo cammino. Da gennaio a marzo le condizioni del suolo sono più agevoli, le temperature ancora relativamente fresche e non vi è ombra di zanzare.

All’interno del parco non esistono strutture turistiche definibili tali: si dorme in tenda e ci si lava con l’acqua piovana. Avventurarsi da soli sarebbe da fuori di testa: il rischio di perdersi è altissimo e il carico da portare risulterebbe insostenibile.

El Mirador

La camera

El Mirador

La cucina

El Mirador

Il bagno fuori

El Mirador

Il bagno dentro 🙂

Detto ciò, la migliore agenzia per organizzare questa avventura è senza dubbio la Dinastia Kan di Antonio Centeno. Antonio e tutto il suo staff composto da guide certificate originarie del villaggio di Carmelita vi faranno vivere un’esperienza unica. Eduardo è stato la nostra e non potrei consigliarvene una migliore: appassionato all’inverosimile del suo lavoro e della cultura Maya, durante i mesi di scavo collabora con il progetto di Richard Hansen in qualità di restauratore. Una persona educata, onesta nel trasmettere i dati della storia, instancabile e sempre pronto ad assicurarsi che stiate bene. Due parole di elogio anche nei confronti della nostra cuoca, Emma, che ogni giorno ci ha deliziato con un menù sempre diverso e squisito, cosa che vi assicuro non riceverete prenotando con tante altre agenzie.

La spedizione a piedi parte da Carmelita e si addentra immediatamente nella selva più densa. Prima di raccontarvi però giorno per giorno che cosa vedrete, mi soffermo un attimo sul cosa è necessario portare, ovviamente facendo riferimento alla stagione secca che è quella in cui sono stata io:

scarpe comode impermeabili (io uso sempre le Salomon in goretex)

– pantaloni lunghi comodi (quelli corti sono sconsigliati per via dei rami bassi con cui potreste graffiarvi e anche per la questione insetti)

– maglietta a maniche corte

uno zaino da massimo 35 litri che verrà caricato sulle mule e che quindi troverete solo una volta raggiunti gli accampamenti. Al suo interno sistemate due o tre magliette di cambio e un paio di pantaloni da utilizzare solo in fase di riposo , il necessario per la notte compreso un piccolo sacco a pelo o una coperta leggera, un asciugamano, un paio di ciabatte per la doccia, prodotti da bagno, salviettine umide, carta igienica e una scorta di snack che vi bastino per tutto il percorso.

uno zainetto leggero da portare sempre con voi durante le camminate in cui inserire apparecchiatura fotografica, protezione solare (anche se camminerete per lo più all’ombra degli alberi), repellente per le zanzare (durante la stagione secca quasi non ce ne sono ma non si sa mai), carta igienica, gel detergente, acqua (una borraccia da almeno un litro), snack per la giornata, impermeabile, una felpa leggera per il mattino, una torcia, piccola farmacia.

Ciò che viene invece fornito dall’agenzia consiste in: tenda, materasso, lenzuola, acqua con cui ogni giorno potrete riempire la vostra borraccia/bottiglia, cibo in abbondanza e bevande calde.

La spedizione di cui vi parlo è un tour di 5 giorni e 4 notti con andata e ritorno seguendo lo stesso percorso ma è anche possibile allungarlo a 6 giorni e 5 notti. Il secondo itinerario prevedete tuttavia una giornata con 36 km di cammino per cui è richiesto un bello sforzo fisico.

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Giorno 1: da Carmelita e El Tintal (18 km)

Come vi dicevo ci si addentra immediatamente nella selva. Carmelita nacque come insediamento per gli estrattori di gomma che arrivavano principalmente dal Messico e che da questo lavoro traevano il loro sostentamento. Si parte dal villaggio intorno alle 9 dopo una ricca colazione. Il trasferimento da Flores nel nostro caso è avvenuto in macchina partendo alle 5 del mattino. Le opzioni di sentiero sono due: quello principale, più ampio ma che viene percorso dalle mule e risulta quindi sconnesso e fangoso e quello secondario, attraverso la foresta più densa, creato a colpi di macete dalle guide che lo hanno seguito per anni. Il tutto si svolge in pianura con solo qualche collina da superare e andando di buon passo si arriva all’accampamento di La Florida intorno a mezzogiorno, giusto in tempo per il pranzo. Si prosegue poi fino a El Tintal dove l’arrivo è previsto intorno alle 16. Lungo il percorso è facile riconoscere le montagnole sotto le quali si celano delle piccole piramidi Maya purtroppo oggetto di saccheggio a partire dagli anni Settanta. Passato il “campo de pelota” più grande rinvenuto finora in tutta la zona ecco che si giunge finalmente all’accampamento. Il “gioco della palla”era uno sport molto diffuso in tutte le culture precolombiane praticato molto probabilmente anche con scopi rituali oltre che politici. Dalla struttura più imponente del sito di El Tintal, la piramide Eneken, è possibile ammirare il primo tramonto sulla selva e avvistare da lontano la piramide più alta di El Mirador, la mitica Danta.

El Mirador

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Giorno 2: da El Tintal a El Mirador passando per La Muerta (23 km)

Si parte intorno alle 7 per fare arrivo circa alle 14.30/15. Il percorso è più lungo ma più agevole svolgendosi per la maggior parte lungo la cosiddetta calzada, una sorta di autostrada dritta e rialzata che collegava i siti più importanti della zona. Sacbé, così la chiamavano i Maya in riferimento al colore bianco “sac” dello stucco di calce che veniva utilizzato per ricoprirla. La calce era l’elemento impiegato per la costruzione di tutte le strutture e molto probabilmente fu proprio il disboscamento effettuato per la sua produzione – la roccia calcarea presente nella zona doveva essere cotta a temperature elevate per trasformarsi in calce e per questo veniva utilizzata la legna fresca – a rendere il terreno più arido, più difficile la coltivazione e quindi a causare l’abbandono dell’area a partire dal 150 d.C.

Lungo il percorso, a circa un’ora di cammino da El Mirador, si incontra il sito archeologico conosciuto con il nome di La Muerta dove sono state riportate alla luce due strutture importanti, molto probabilmente delle tombe, e, poco più in là, un petroglifo recante il simbolo della Dinastia Kan, la “dinastia del serpente” che si suppone abbia governato la zona per secoli. Il nome La Muerta deriva da una tragedia contemporanea, ovvero la morte di una donna appartenente alla comunità di chicleros che lavorava lì nei dintorni e che proprio nei pressi di questo sito aveva creato il proprio accampamento.

El Mirador

La natura che si è impossessata del complesso La Muerta

Il tramonto questa volta è possibile ammirarlo da El Tigre, una piramide triadica con un’altezza massima di 55 metri. Si ritiene che il modello triadico, tipico del periodo Preclassico tardivo, voglia rappresentare le tre pietre del fuoco cosmico della creazione che trovano il loro corrispettivo in cielo come le tre stelle della costellazione di Orione. La piramide di El Tigre ha una base di 140 m2, ancora totalmente da scavare, che, secondo gli studi, potrebbe contenere la maggior parte degli edifici presenti nel sito di Tikal.

El Mirador

Ecco come appare La Danta vista dalla cima della piramide El Tigre

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Giorno 3: esplorazione del sito El Mirador

Sveglia prima dell’alba per raggiungere la cima più alta del complesso piramidale La Danta, il più grande mai costruito dai Maya, nonché uno dei più imponenti del mondo in termini di volume. Dopo un periodo di tempo di circa 500 anni di abbandono dell’area, i Maya fecero ritorno e continuarono la costruzione di questo complesso fondato nel Preclassico, utilizzando  le stesse pietre che erano state lasciate nell’epoca anteriore. Dall’alto dei suoi 72 metri potrete ammirare il cielo stellato, aspettare il sole che sorga ed assistere all’incredibile risveglio della selva. Quella mattina eravamo gli unici in tutto il sito.

El Mirador

Purtroppo niente sole ma il risveglio della selva è stato qualcosa di surreale

Dopo la colazione si prosegue con la visita dell’Acropoli Centrale dove sono stati rinvenuti dei fregi meravigliosi che raccontano le storie del Popol-Vuhil libro sacro della cultura Maya, in particolare il mito che riguarda le divinità gemelle Hunahpú e Ixbalanqué, gli stessi che dopo aver fatto visita nel regno di Xibalbá, il dio della morte e aver affrontato mille peripezie, si trasformarono il primo nel Sole e il secondo nella Luna.

El Mirador

Nel fregio in basso si vedono i due gemelli Hunahpú e Ixbalanqué

Terminate le visite che ovviamente non possono tralasciare il tempio Garra de Jaguar, adornato con mascheroni rappresentanti due enormi teste di giaguaro, il pomeriggio sarà di riposo e a voi la scelta sul dove andare a godervi il tramonto.

El Mirador

Uno tramonto perfetto visto dalla Danta

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Giorno 4 e 5: ritorno a Flores

Di nuovo si dorme a El Tintal  e quindi l’ultimo giorno ci si sveglia prima dell’alba per approfittare della frescura mattutina e fare rientro a Carmelita. Dopo pranzo trasferimento a Flores.

Nel caso del tour di 6 giorni e 5 notti le tappe prevedono 14 km fino a Nakbe, un sito ancora più antico di El Mirador ma meno imponente, 36 km fino a La Florida e quindi da lì 9 km per Carmelita.

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Riferimenti:

Antonio Centeno: tono.centeno@gmail.com (+502)-50176311/59254135. Visitate il suo sito internet all’indirizzo www.expedicionelmirador.com oppure collegatevi a Facebook alla pagina Dinastia Kan “El Mirador”

– Se volete saperne di più riguardo al Progetto El Mirador presieduto da Richard Hansen guardate questo video.

– Se interessati ad una traduzione del Popol Vuh in italiano la potete acquistare qui.

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